07/04/2026 | News release | Distributed by Public on 07/04/2026 03:18
Introduzione: La frenesia del fare e la riscoperta dell'ascolto
Caro Pierpaolo, caro Presidente, delegate e delegati, compagne e compagni tutti.
Salgo su questo palco con il cuore colmo di una responsabilità enorme, ma anche di un'emozione profonda, che solo la nostra grande comunità sa trasmettere.
Voglio iniziare questo mio intervento confessandovi un pensiero intimo, un sentimento che mi ha accompagnato subito dopo la mia elezione a Segretario della Lombardia. In quel momento, la prima spinta profonda, quasi viscerale, è stata quella di chiudermi in ufficio. Volevo mettermi subito sotto, analizzare i dossier, firmare accordi, produrre carte, insomma: lavorare a testa bassa. C'era l'urgenza del fare, quella tipica ansia di chi sente il peso di un mandato e vuole subito esserne all'altezza.
E invece, che cosa è successo? È successo che PiePaolo mi ha spiegato che dovevo seguire un calendario che mi ha strappato dalla scrivania (anche perchè nel frattempo dovevano allestire ancora l'ufficio). Ho dovuto fare le valigie e iniziare a girare. Un congresso dopo l'altro, un territorio dopo l'altro, una categoria dopo l'altra.
All'inizio, lo ammetto, mi sono chiesto: "Ma serve davvero? Togliere tutto questo tempo all'azione diretta per spenderlo nei congressi, nelle assemblee, nel rito della discussione, ha un senso profondo?"
Oggi, davanti a questa platea straordinaria, a questa marea di volti e di storie, vi rispondo con tutta la forza che ho in corpo: Sì. Serve. Assolutamente sì.
Perché se c'è un errore che un dirigente sindacale non deve mai compiere, è pensare che il mondo si veda meglio da una comoda scrivania milanese o dalle stanze del potere. Il nostro mondo si capisce solo respirando la stessa aria di chi rappresentiamo.
Parte I: Il viaggio tra i territori - Conoscere le differenze per comprendere le disparità
Girare per i congressi significa fare un bagno di realtà. Significa uscire dalle bolle e dai grafici astratti per guardare negli occhi le persone. E in questo viaggio, compagne e compagni, ho conosciuto realtà diverse, mondi differenti, universi lavorativi che spesso non si parlano ma che condividono le stesse ansie e le stesse speranze.
Ho ascoltato il lavoratore della grande fabbrica manifatturiera che teme la transizione ecologica perché non sa se domani avrà ancora un salario, e ho ascoltato la lavoratrice del settore delle pulizie o del terziario precario, che quel salario ce l'ha così basso da non riuscire a pagare l'affitto a fine mese.
Ho visto le eccellenze tecnologiche e, a pochi chilometri di distanza, ho toccato con mano l'isolamento dei territori più periferici, dove mancano i trasporti, mancano le infrastrutture, manca la dignità di un futuro sicuro.
Questo viaggio mi ha fatto comprendere, in modo plastico e doloroso, quanto siano profonde le disparità nel nostro Paese e persino all'interno delle nostre stesse regioni. Disparità di genere, disparità generazionali, disparità geografiche. Chi nasce nel posto sbagliato o nel momento sbagliato oggi rischia di rimanere indietro per sempre. E noi questo non possiamo permetterlo.
Parte II: Il fulcro di tutto - L'Unità
Tutto ciò che ho visto e ascoltato mi porta a una convinzione granitica, che voglio gridare con forza qui a Padova: il fulcro importante, la nostra bussola invisibile, è e deve essere l'Unità.
Senza unità siamo solo frammenti isolati che gridano nel deserto. Diventiamo vulnerabili, aggredibili, ricattabili. Quando il mondo del lavoro si divide, quando si scatena la guerra tra poveri - tra il lavoratore a tempo indeterminato e il precario, tra l'italiano e l'immigrato, tra il Nord e il Sud - a vincere sono sempre gli altri. Vincono i fautori delle disuguaglianze, vince chi specula sulle nostre vite.
L'unità non è un concetto astratto da scrivere sulle tessere o sui manifesti. L'unità è la scelta quotidiana di farsi carico del problema del compagno che ti siede a fianco, anche se fa un mestiere diverso dal tuo. L'unità della UIL è la nostra forza più grande, ed è l'unico vero scudo che abbiamo per difendere i diritti di chi non ha voce.
Parte III: Il paradosso della Lombardia - La ricchezza che nasconde la fragilità
E per dimostrarvi quanto l'unità sia vitale, permettetemi di parlarvi della terra che oggi ho l'onore di rappresentare: la ricca, potente e locomotiva Lombardia.
Sì, la Lombardia è ricca, produce percentuali enormi del PIL nazionale, è la vetrina dell'efficienza e della modernità. Ma dietro questa facciata scintillante, dietro i grattacieli di Milano e le aree industriali d'avanguardia, si nasconde un paradosso doloroso. Una fragilità sociale che sta logorando il tessuto stesso della nostra comunità.
Pensiamo alla sanità . Quello che era un modello d'eccellenza oggi è ferito a morte da liste d'attesa infinite, dove la salute è diventata un bene di lusso: se hai i soldi ti curi nel privato in pochi giorni, se non li hai aspetti mesi, sperando che non sia troppo tardi. Questo non è progresso, questa è ingiustizia sociale.
Pensiamo ai salari. In Lombardia si lavora tanto, ma si è sempre più poveri. I salari sono fermi, schiacciati da contratti pirata e da un precariato selvaggio che ruba il futuro ai nostri giovani. E di pari passo, assistiamo a costi della vita ormai inaccessibili. Vivere a Milano o nei capoluoghi lombardi è diventato un privilegio per pochi. Affitti alle stelle, carrello della spesa insostenibile, bollette che divorano i risparmi di una vita.
E qual è la conseguenza di tutto questo? Una ferita profonda: la fuga dei lavoratori. I nostri giovani migliori, i nostri infermieri, i nostri ingegneri, i nostri artigiani scappano. Attraversano il confine, vanno in Svizzera, vanno in Europa settentrionale, perché lì trovano quello che l'Italia e la Lombardia non sanno più offrire: un salario dignitoso, il rispetto della propria professionalità, la certezza di un futuro.
Stiamo esportando il nostro futuro per importare precarietà.
Le disparità sociali in Lombardia sono ormai macroscopiche. C'è chi accumula ricchezze immense e chi, pur lavorando 40 ore alla settimana, deve ricorrere ai pacchi alimentari delle associazioni caritatevoli. È inaccettabile.
Parte IV: L'interconnessione delle lotte - Ogni cosa è correlata
Mille problemi, compagne e compagni. Mille emergenze che colpiscono la Lombardia così come colpiscono il Veneto, la Campania, la Puglia, la Sicilia.
Ma l'errore più grande che potremmo fare sarebbe quello di affrontarli singolarmente. Non si può curare la sanità senza parlare di salari; non si può fermare la fuga dei cervelli senza cambiare le politiche abitative; non si può abbattere la disparità sociale senza una riforma fiscale equa che tassi le grandi rendite e premi il lavoro dipendente e i pensionati.
Ogni cosa è correlata. Tutto si tiene. Siamo dentro un unico grande ecosistema sociale ed economico. Per questo la nostra azione deve essere globale, sistemica, unita. Dobbiamo avere la capacità di connettere le nostre lotte, di unire i punti, di essere un sindacato che non si limita a difendere il singolo perimetro contrattuale, ma che si fa promotore di un nuovo modello di società.
Conclusione: Una vita spesa per un'idea
Avviandomi alla conclusione di questo mio intervento, permettetemi di aprire una finestra sul mio percorso personale, lasciando spazio alla parte più intima di me.
Mentre vi parlo, e guardo questa sala bellissima, non posso fare a meno di voltarmi indietro. Guardo la mia storia e vedo che sono passati ben 41 anni. 41 anni vissuti dentro la UIL.
Una vita intera. Anni di battaglie, di notti in bianco a trattare, di assemblee infuocate nei piazzali delle fabbriche, di gioie immense per una vittoria contrattuale e di lacrime amare per i diritti calpestati o, peggio, per i troppi, maledetti morti sul lavoro che ancora oggi piangiamo. 41 anni vissuti con addosso questa maglietta, con dentro questa fede laica che è il sindacato delle persone.
Se oggi mi guardo allo specchio e mi chiedo: "Antonio, hai fatto bene? È valsa la pena spendere una vita intera, sacrificando spesso gli affetti, il tempo libero, la tranquillità, per questa causa?"
La mia risposta, compagne e compagni, sale dritta dal cuore, senza un briciolo di esitazione: Decisamente sì.
È la scelta migliore che potessi fare. Una scelta che, se potessi tornare indietro a quel primo giorno di 41 anni fa, rifarei subito, al volo, con lo stesso entusiasmo e la stessa identica passione.
Perché la UIL mi ha dato molto più di quello che io ho dato a lei. Mi ha dato la possibilità di non essere indifferente. Mi ha dato il privilegio di lottare per la giustizia, di stare dalla parte giusta della storia: quella dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani, degli ultimi.
Andiamo avanti insieme, uniti, forti della nostra storia e affamati di futuro.
Viva la Lombardia, viva l'unità dei lavoratori, viva la UIL! Grazie a tutti.