08/05/2026 | News release | Distributed by Public on 08/05/2026 03:02
Comandante, ripensando al suo ingresso in Accademia Navale, qual è stato il suo percorso e quali sono stati i momenti più significativi del suo iter formativo?
L'ingresso in Accademia Navale segna l'inizio di un cammino che va ben oltre l'acquisizione di competenze tecniche: è un percorso che forma la persona, prima ancora dell'Ufficiale. Sono stati anni intensi, scanditi da disciplina e impegno, nei quali si impara a conoscere i propri limiti e, giorno dopo giorno, a superarli. Più che un singolo episodio, è stato un processo continuo e cumulativo, dove ogni prova, fisica, professionale o caratteriale, ha lasciato un segno e ha contribuito a costruire e accrescere quelle qualità morali e trasversali che accompagnano un Ufficiale per tutta la carriera. Penso anzitutto all'integrità, intesa come coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa; al senso del dovere, che non si esaurisce nell'orario di servizio; alla capacità di assumersi responsabilità anche quando le decisioni sono difficili; e allo spirito di squadra. A queste si affianca l'istruzione universitaria e marinara, necessaria per acquisire il metodo e le competenze per fronteggiare scenari sempre più mutevoli e complessi. In Accademia Navale e, soprattutto, durante la prima Campagna d'istruzione a bordo di Nave Vespucci, si impara a diventare Marinai e si comprende da subito che il successo non è mai individuale, ma nasce dal lavoro di un Equipaggio. Sono valori che, con il tempo, si sedimentano e diventano parte del proprio modo di essere, ben oltre l'uniforme.
In che modo le competenze e gli insegnamenti acquisiti in Accademia Navale continuano a guidarla oggi nella gestione di una moderna unità navale?
Gli insegnamenti dell'Accademia Navale costituiscono la pietra angolare su cui si costruisce l'intera carriera e continuano a orientare ogni mia decisione al comando di un'unità moderna e tecnologicamente avanzata come Nave Giovanni delle Bande Nere. Le competenze tecniche devono aggiornarsi costantemente, perché evolvono i sistemi di bordo, la tecnologia e le relative procedure operative. Ciò che non cambia, e che affonda le proprie radici negli anni della formazione, è l'approccio con cui si affrontano le difficoltà: lucidità sotto pressione, rispetto della gerarchia e della catena di comando, entusiasmo - che è sempre contagioso - ma anche capacità di ascolto nei confronti dell'Equipaggio. Oggi comandare una nave richiede competenze gestionali, attitudine a operare in contesti internazionali e sensibilità nella guida delle persone. Sono qualità i cui primi semi vengono piantati proprio in Accademia, dove si comprende che essere un buon Comandante significa, prima di tutto, rappresentare un Leader credibile, competente ed equilibrato.
Portare Nave Giovanni delle Bande Nere dall'altra parte del mondo, fino all'Indo-Pacifico, rappresenta una sfida logistica e marinaresca di enorme portata. Quali sono state le maggiori difficoltà tecniche e ambientali affrontate durante il trasferimento?
Condurre Nave Giovanni delle Bande Nere dall'altra parte del mondo, fino all'Indo-Pacifico, significa affrontare una sfida di grande portata, tecnica, logistica e marinaresca, con la piena consapevolezza della responsabilità che comporta. Vuol dire portare il nome dell'Italia e della Marina attraversando mari e oceani diversi, caratterizzati da condizioni meteomarine mutevoli - dove persino il vento e il sole sulla pelle appaiono diversi -, aree ad alta densità di traffico, fusi orari e climi profondamente differenti. Dal punto di vista meramente logistico, un trasferimento di queste dimensioni richiede una pianificazione meticolosa: assicurare l'autonomia della nave lontano dai porti nazionali, coordinare i rifornimenti in mare e in porto e mantenere costantemente efficienti tutti i sistemi di bordo, dalla propulsione alle apparecchiature elettroniche del sistema di combattimento. Tutto questo deve avvenire nel rigoroso rispetto delle normative internazionali e delle regole di navigazione delle aree attraversate, mantenendo sempre al centro la sicurezza dell'Equipaggio e del mezzo. È una responsabilità concreta, che si avverte ogni giorno, perché ogni decisione assunta a bordo incide direttamente sulle persone e sulla riuscita della missione.
Partecipare a un'esercitazione internazionale come RIMPAC 2026 significa coordinarsi con Paesi di tutto il mondo. Qual è la sfida principale nel lavorare a stretto contatto con Marine che adottano procedure e culture operative differenti?
Partecipare a un'esercitazione multinazionale di questa portata significa misurarsi in un contesto diverso da quello abituale: non basta l'eccellenza operativa della propria Unità, occorre saperla integrare in una forza eterogenea nella quale ogni Marina porta procedure, culture operative e sensibilità differenti. La sfida principale è costruire un linguaggio comune, operativo prima ancora che verbale, capace di far dialogare efficacemente sistemi e approcci diversi. L'interoperabilità tecnica è essenziale, ma la tecnologia da sola non basta: occorre costruire fiducia e comprensione reciproche, indispensabili per operare insieme nel dominio marittimo. È un esercizio di flessibilità mentale, adattamento, professionalità e rispetto: si impara molto dal confronto con le altre Marine e, allo stesso tempo, si mette a disposizione il proprio patrimonio di esperienza e tradizione. La vera riuscita di RIMPAC si misura proprio nella capacità di trasformare realtà differenti in una forza coesa, credibile ed efficace.
A bordo di un'unità d'eccellenza, in uno scenario globale complesso, la pressione può essere elevata. Come la gestisce quotidianamente per garantire che ogni missione sia condotta in sicurezza e con successo?
La pressione, in un contesto come questo, è una costante con cui si convive ogni giorno, ma si governa attraverso preparazione, competenza, metodo e fiducia. Fiducia, innanzitutto, nell'Equipaggio, che rappresenta il core di ogni missione. Ogni decisione porta con sé la consapevolezza della responsabilità nei confronti delle persone a bordo, delle famiglie che le attendono a casa e della Nazione che rappresentiamo in ogni mare e oceano solcato. Con l'esperienza, questa responsabilità non si tramuta in ansia, ma in concentrazione e lucidità: è il risultato di anni di formazione e di servizio, costruiti proprio per affrontare situazioni complesse mantenendo il controllo. Fondamentali sono poi la capacità di dare l'esempio in ogni cosa che si fa', ma anche quella di delegare e il lavoro di squadra. Un Comandante, da solo, non può governare ogni aspetto di una missione così complessa e dinamica; la professionalità e la solidità dell'intero Equipaggio sono quindi la vera garanzia di sicurezza e di successo. Il mio primo Comandante, a bordo di Nave Luigi Durand de la Penne, mi disse: «Il Comandante è il direttore d'orchestra; l'Equipaggio è la magnifica orchestra che il Comandante ha il privilegio di dirigere». È un'immagine che porto ancora con me.
Una campagna operativa di questa portata comporta mesi lontani dall'Italia. Come si affronta, dal punto di vista umano ed emotivo, il distacco prolungato dai propri affetti e dalla propria famiglia?
È probabilmente l'aspetto umanamente più impegnativo della nostra professione, quello che tocca maggiormente sul piano emotivo. Trascorrere mesi lontani dall'Italia significa rinunciare a molti momenti, anche quelli che sembrano banali, della vita quotidiana: è un prezzo che si accetta consapevolmente, ma che non diventa mai semplice. A rendere possibile questo distacco è la consapevolezza che anche le nostre famiglie condividono, a modo loro, lo stesso sacrificio. Sono loro le prime a comprendere fino in fondo il valore e il senso di ciò che facciamo; ed è dalla loro forza, serenità e vicinanza che traiamo l'energia necessaria per affrontare la lontananza. È un sacrificio reciproco: noi lo viviamo in mare, loro in Patria, sostenendoci e portando avanti la quotidianità. Mia moglie Francesca e i miei figli, Michele K. e Karol, conoscono bene questo impegno. L'equilibrio che si costruisce nel tempo all'interno di una famiglia che sceglie di stare accanto a chi ha scelto il mare è, probabilmente, il sostegno più prezioso che si possa avere.
La nave stessa diventa una sorta di «seconda famiglia» durante i lunghi mesi di navigazione. In che modo cerca di sostenere l'Equipaggio e mantenerne alto il morale, anche nei momenti di maggiore nostalgia o difficoltà?
Durante mesi di navigazione così intensi, la nave diventa davvero una seconda famiglia. Non è soltanto un modo di dire: si condividono spazi ristretti, ritmi serrati, fatiche e soddisfazioni, e il legame si rafforza giorno dopo giorno. Mantenere alto il morale dell'Equipaggio è una delle responsabilità più delicate del Comando e passa, in primis, dalla presenza: ascoltare le persone, conoscerne le difficoltà e creare occasioni di condivisione, soprattutto quando la nostalgia di casa si fa più forte. Contano i piccoli gesti, i momenti conviviali e il riconoscimento del lavoro di ciascuno. Conta, soprattutto, trasmettere la certezza che nessuno affronta le difficoltà da solo e che ognuno è parte integrante di una squadra capace di sostenersi reciprocamente. Questa coesione, questo senso di appartenenza, è uno degli elementi più importanti del successo di ogni attività. Ogni Nave ha una propria anima e una propria personalità: quella di Nave Giovanni delle Bande Nere si è forgiata, sin dai primi giorni dell'entrata in servizio, per essere fortissima, determinata e sempre pronta ad affrontare ogni sfida, combattimento e ad assolvere la missione assegnata.
Mentre le eliche di Nave Giovanni delle Bande Nere continuano a solcare le acque dell'Indo-Pacifico, il messaggio che giunge dalla plancia è chiaro: la tecnologia d'avanguardia e la proiezione strategica ritrovano la propria anima nel fattore umano. È nella forza dell'Equipaggio, nella saldezza delle tradizioni e nel supporto delle famiglie a casa che la Marina Militare conferma ogni giorno, coerentemente ai suoi valori fondanti, a qualsiasi latitudine, il proprio impegno al servizio del Paese