01/23/2026 | Press release | Distributed by Public on 01/23/2026 06:00
Negli ultimi anni, l'accesso alle risorse strategiche è diventato una dimensione centrale della competizione geopolitica globale, contribuendo a ridefinire i confini tra sicurezza economica e sicurezza nazionale. In questo contesto, il potere tende a esercitarsi sempre più attraverso il controllo delle catene di approvvigionamento, della capacità di trasformazione e dell'accesso ai materiali critici, piuttosto che tramite i tradizionali canali istituzionali e normativi.
La recente azione statunitense nei confronti del presidente del Venezuela si inserisce in questa dinamica più ampia. Al di là della sua dimensione regionale, l'episodio segnala come, di fronte a interessi strategici percepiti come vitali - in particolare in materia di risorse energetiche e non - i confini tra strumenti legali, diplomatici e coercitivi tendano a sfumare. Oggi è il petrolio, e forse l'oro venezuelano, a orientare l'azione statunitense; domani potrebbe essere l'accesso ai minerali critici.
La logica geostrategica statunitense non si limita ai soli paesi considerati rivali o, come nel caso venezuelano, problematici. Il rinnovato interesse di Washington per la Groenlandia è guidato tanto dal suo potenziale minerario quanto dalla sua posizione strategica. Questo mostra come la sicurezza delle risorse stia rimodellando sempre più anche le relazioni tra alleati storici, evidenziando una realtà più profonda: oggi l'esposizione strategica europea non deriva soltanto da potenze ostili, ma anche dalle priorità e dai metodi dei suoi partner più stretti.
Questo cambiamento è particolarmente rilevante per l'UE perché mette in luce una vulnerabilità strutturale. Bruxelles si trova ad operare in un contesto strategico sempre più competitivo, caratterizzato da un elevato grado di imprevedibilità e da logiche transazionali che riducono il peso dei meccanismi multilaterali tradizionali. In un ambiente internazionale meno regolato da trattati e sempre più plasmato dal controllo delle catene del valore e di approvvigionamento, la distinzione tra sicurezza economica e sicurezza nazionale tende progressivamente ad assottigliarsi.
Con la crescente convergenza tra queste due dimensioni, l'Unione risulta esposta non solo agli shock geopolitici provenienti dall'esterno, ma anche alle decisioni politiche assunte da altri attori - in particolare dagli Stati Uniti - su cui dispone di margini di influenza limitati. In questo scenario, la capacità europea di tutelare i propri interessi strategici dipende sempre meno dalla forza delle regole e sempre più dalla posizione che occupa all'interno delle filiere critiche globali.
In questo contesto, il potere non viene più esercitato principalmente attraverso canali istituzionali o normativi, ma tramite il controllo della produzione, della trasformazione e dell'accesso ai materiali strategici. Questa dinamica è già evidente nel settore della difesa, dove le capacità industriali e la solidità delle catene di fornitura incidono in modo diretto sugli equilibri di sicurezza. Le interdipendenze economiche, a lungo considerate un fattore di stabilizzazione, vengono così sempre più spesso utilizzate come strumenti di pressione e di influenza strategica. Di fronte a questa trasformazione, l'UE si trova di fronte a una scelta di fondo: adattare il proprio approccio a un contesto internazionale sempre più competitivo e segnato dall'uso strategico delle interdipendenze, oppure accettare una crescente dipendenza strutturale. Un simile adattamento implica anche la necessità di riconsiderare partner che per lungo tempo sono stati trattati come politicamente problematici, pur restando centrali dal punto di vista strategico. È in questo quadro che si colloca il caso della Turchia.
L'ultima Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti riflette con chiarezza questa trasformazione. La sicurezza economica viene ormai considerata parte integrante della sicurezza nazionale e il controllo delle catene di approvvigionamento dei minerali critici è elevato a priorità strategica. Terre rare, litio, nichel e altri input essenziali per la transizione energetica, la manifattura avanzata e le tecnologie per la difesa non sono più trattati come semplici beni commerciali, ma come asset strategici attraverso cui esercitare influenza e ridurre vulnerabilità.
In questo quadro, il caso venezuelano assume un valore emblematico. A lungo descritto come uno Stato paria, segnato da autoritarismo e cattiva gestione economica, il Venezuela è anche depositario di immense riserve petrolifere e di un patrimonio minerario in larga parte inesplorato. La vicenda mette in luce una dinamica ricorrente: quando sono in gioco risorse considerate strategiche, i confini tra strumenti legali, diplomatici e coercitivi tendono a sovrapporsi, lasciando spazio a un uso più flessibile - e meno prevedibile - del potere.
Per l'UE, che ha costruito gran parte della propria azione estera su regole, multilateralismo e potere normativo, questo mutamento pone un dilemma strutturale. L'Europa continua a dipendere in misura significativa da fornitori esterni per l'accesso alle materie prime critiche, senza tuttavia disporre di strumenti coercitivi comparabili a quelli delle grandi potenze per garantirne la sicurezza in un contesto di crescente competizione strategica. Ne deriva una tensione crescente tra ambizione normativa e realtà geopolitica. In un sistema internazionale in cui il controllo delle risorse e delle filiere produttive diventa una leva di potere sempre più rilevante, l'approccio europeo rischia di tradursi in una forma di vulnerabilità, piuttosto che in un vantaggio competitivo.
Negli ultimi anni, Bruxelles ha tentato di rispondere a questa vulnerabilità attraverso una serie di iniziative volte a rafforzare la sicurezza delle materie prime critiche. Strumenti come il Critical Raw Materials Act mirano a diversificare le fonti di approvvigionamento, incentivare l'estrazione e la trasformazione interne e rafforzare le filiere del riciclo. Si tratta di un cambio di passo rilevante, che segnala una maggiore consapevolezza della dimensione strategica delle risorse. Tuttavia, i margini di manovra restano limitati. Standard ambientali elevati, iter autorizzativi complessi e una capacità industriale frammentata rendono improbabile una riduzione significativa della dipendenza esterna nel breve e medio periodo. Anche in presenza di nuove iniziative regolatorie, l'UE continuerà quindi ad aver bisogno di partner esterni per garantire la sicurezza delle proprie catene di approvvigionamento.
La questione, quindi, non è se l'Europa abbia bisogno di partner esterni, ma quali partner e a quali condizioni. In un contesto segnato dall'imprevedibilità della politica statunitense e dal dominio cinese nel settore delle terre rare, l'autonomia strategica europea dipenderà dalla capacità di costruire partenariati affidabili, geograficamente prossimi e fondati su regole condivise. In questo quadro, il ruolo della Turchia assume una rilevanza crescente.
L'annuncio della scoperta di un importante giacimento di terre rare nei pressi di Eskişehir non ha modificato gli equilibri dei mercati globali, ma presenta implicazioni geopolitiche significative. La Turchia occupa una posizione centrale tra Europa, Eurasia e Medio Oriente, dispone di una base industriale articolata ed è già un fornitore chiave di boro, un input essenziale per numerose tecnologie avanzate. Per anni, Ankara ha perseguito l'autonomia strategica attraverso una strategia di hedging, bilanciando i rapporti con Stati Uniti, Russia e Cina per preservare margini di flessibilità. Questa impostazione risultava sostenibile in un contesto internazionale più permissivo; oggi, tuttavia, appare sempre più difficile da mantenere. Con gli Stati Uniti impegnati a rafforzare il controllo sulle catene di approvvigionamento strategiche e a collegare l'accesso a tecnologie e mercati all'allineamento politico, l'ambiguità strategica comporta costi crescenti.
In questo quadro si inserisce il cauto riavvicinamento della Turchia ai partner occidentali sul dossier dei minerali critici. Per Ankara, cooperare in questo ambito significa accedere a capitali, tecnologie di trasformazione e mercati europei, benefici sempre più difficili da ottenere facendo leva esclusivamente sull'ambiguità. Le terre rare offrono così alla Turchia uno strumento per rafforzare i legami industriali con l'Occidente senza riaprire i contenziosi politici più sensibili con l'UE.
Dal punto di vista europeo, le ambizioni minerarie della Turchia rappresentano al tempo stesso un'opportunità e una sfida. Una cooperazione sulle materie prime critiche potrebbe rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento europee, ridurre l'esposizione agli shock geopolitici e ancorare più stabilmente Ankara a uno spazio industriale e regolatorio condiviso. A differenza di fornitori geograficamente distanti, la Turchia è parte integrante della geografia economica europea ed è già inserita in settori manifatturieri chiave. Allo stesso tempo, una cooperazione più stretta non può essere incondizionata. L'approccio dell'UE ai materiali strategici resta fondato su standard ambientali elevati, trasparenza e qualità della governance. In questo quadro, il bilancio della Turchia solleva interrogativi legittimi, che rendono necessario un coinvolgimento selettivo e graduale, piuttosto che un'apertura generalizzata.
Il disimpegno, tuttavia, non rappresenterebbe una risposta efficace. Continuare a trattare la Turchia principalmente come un problema politico, anziché come un potenziale partner strategico, rischia di spingerla verso soluzioni alternative che finirebbero per danneggiare gli stessi interessi europei. In un contesto di crescente competizione strategica, i vuoti tendono a essere rapidamente colmati.
Nel complesso, l'UE è chiamata ad adattarsi a un contesto internazionale più competitivo senza rinunciare ai propri principi fondamentali. Ciò richiede di affiancare al tradizionale potere regolatorio una maggiore dose di pragmatismo strategico. Piuttosto che considerare i minerali critici esclusivamente attraverso la lente della conformità normativa, l'UE dovrebbe utilizzarli come piattaforma per un coinvolgimento mirato e condizionato.
In termini concreti, questo approccio può tradursi in partenariati selettivi su specifici segmenti della catena del valore - come la trasformazione o il riciclo delle terre rare - collegati a finanziamenti europei, trasferimento tecnologico e a una graduale convergenza regolatoria. Una partecipazione limitata ma sostanziale della Turchia a iniziative industriali europee legate alle transizioni verde e digitale consentirebbe di ancorare la cooperazione a progetti concreti, evitando richieste di allineamento politico complessivo.
La scoperta di terre rare in Turchia non rappresenta una soluzione risolutiva, né la cooperazione sui minerali critici è destinata a superare tutte le fratture politiche esistenti. Tuttavia, in un contesto in cui il potere è sempre più legato al controllo delle catene di approvvigionamento e delle capacità di trasformazione, il disimpegno non è una scelta neutrale. Per l'Europa, coinvolgere Ankara attraverso una cooperazione selettiva e condizionata sui minerali critici non significa arretrare sui valori, ma adattarsi pragmaticamente a una realtà geopolitica in cui la rilevanza strategica si misura tanto nei materiali quanto nelle norme.
La versione originale in inglese dell'articolo è accessibile a questo link.