10/15/2026 | Press release | Distributed by Public on 10/15/2026 10:00
Salari, precarietà, occupazione femminile, giovani e intelligenza artificiale al centro della tavola rotonda promossa dall'Associazione Generale Cooperative Italiane. Un confronto tra mondo accademico, sindacato, imprese e politica per ripensare il lavoro e le sue trasformazioni
Dalle storiche conquiste delle otto ore alla necessità di ripensare tempi, diritti e organizzazione del lavoro. È lungo questo percorso che si è sviluppata la tavola rotonda promossa dall'Associazione Generale Cooperative Italiane (AGCI), martedì 13 ottobre presso la propria sede, dedicata alle trasformazioni del mercato del lavoro e alle sfide che attendono lavoratori, imprese e istituzioni.
Un confronto che ha riunito competenze diverse per affrontare questioni sempre più urgenti: la precarietà occupazionale, i salari che non garantiscono autonomia economica, le difficoltà incontrate dalle donne, la fuga dei giovani all'estero e l'impatto delle nuove tecnologie, a partire dall'intelligenza artificiale.
Ad aprire i lavori è stato il presidente nazionale dell'AGCI, Massimo Mota, che ha richiamato il valore simbolico dello storico principio delle otto ore: otto ore per lavorare, otto per istruirsi e otto per riposare. Una formula che racconta una stagione di dure battaglie sindacali e che oggi torna a interrogare il mondo del lavoro, in un contesto profondamente diverso da quello in cui è nata.
La questione, infatti, non riguarda soltanto la durata della giornata lavorativa, ma la capacità del sistema di garantire dignità, sicurezza e prospettive alle persone. «La cooperazione, soprattutto quella di lavoro, nasce dai lavoratori per i lavoratori», è stato il messaggio posto in apertura, con l'invito a individuare risposte che mettano al centro chi lavora.
L'incontro, moderato dal Caporedattore del Corriere della Sera, Nicola Saldutti, ha coinvolto Walter Rizzetto, presidente della Commissione Lavoro della Camera dei deputati, l'economista, prof. Tito Boeri, la segretaria confederale Uil, Vera Buonomo, la sociologa del lavoro, professoressa Emanuela Proietti e l'avvocato giuslavorista Giampiero Falasca.
La flessibilità non basta se manca la sicurezza
Uno dei contributi centrali è stato quello della professoressa Emanuela Proietti, che ha analizzato le trasformazioni del lavoro attraverso i dati relativi a giovani e donne. Il punto di partenza è una distinzione fondamentale: la flessibilità non è necessariamente negativa, ma diventa un problema quando non è accompagnata da adeguate tutele e da prospettive di crescita.
Nel modello industriale del Novecento, le otto ore rappresentavano molto più di un limite temporale. Erano anche un riferimento collettivo, un sistema di protezione e un elemento attraverso cui costruire la propria identità sociale e il proprio percorso di vita. Con la diffusione di forme di lavoro più flessibili, una parte di queste garanzie si è indebolita, mentre responsabilità e rischi sono stati trasferiti sempre più spesso sui singoli lavoratori.
I dati richiamati da Proietti descrivono una situazione particolarmente delicata per le nuove generazioni. Secondo le cifre presentate nel corso dell'incontro, la quota di dipendenti tra i 15 e i 34 anni con contratto a termine è passata da circa il 19% nel 2004 al 33,4% nel 2023. La vulnerabilità, inoltre, tende a protrarsi nel tempo: circa il 74% dei lavoratori che si trovano in una condizione di fragilità occupazionale risulta ancora nella stessa situazione dopo un anno, percentuale che sale a circa l'81% in presenza di una doppia vulnerabilità, legata al contratto a termine e al part-time involontario.
Il problema, quindi, non è soltanto riuscire a entrare nel mondo del lavoro, ma trovare condizioni che consentano di restarci in modo dignitoso, costruendo un futuro autonomo.
Da qui una riflessione che riguarda direttamente i giovani: non è necessariamente venuta meno la disponibilità a impegnarsi, ma è diminuita la volontà di affrontare sacrifici privi di prospettive concrete. Le nuove generazioni chiedono conciliazione tra vita e lavoro, flessibilità organizzativa, possibilità di ricorrere allo smart working e percorsi professionali credibili.
Quando queste condizioni mancano, la flessibilità rischia di trasformarsi in precarietà dei percorsi di vita, rendendo difficile progettare il futuro.
Donne e lavoro, un divario ancora strutturale
Particolarmente significativo il quadro relativo all'occupazione femminile. Nel corso del suo intervento, Proietti ha richiamato un tasso di occupazione delle donne tra i 15 e i 64 anni pari a circa il 54%, contro il 71% degli uomini, sottolineando anche il peso delle differenze territoriali e le maggiori difficoltà che caratterizzano il Mezzogiorno.
Il divario non riguarda soltanto l'accesso al lavoro, ma anche la qualità dell'occupazione e le possibilità di carriera. Le donne risultano maggiormente esposte al part-time involontario e continuano a essere concentrate in un numero relativamente limitato di professioni. La loro presenza diminuisce inoltre nelle posizioni dirigenziali e manageriali: a fronte di una quota femminile pari a circa il 43% degli occupati complessivi, la percentuale scende al 25% nei ruoli di vertice.
Anche la maternità continua a incidere profondamente sulle opportunità professionali. I dati presentati indicano che, nella fascia tra i 25 e i 49 anni, il tasso di occupazione passa dall'80,7% per le donne sole a circa il 75% per quelle in coppia, per scendere intorno al 58% tra le madri.
Numeri che riportano al centro il tema della conciliazione tra lavoro e responsabilità familiari, ma anche la necessità di politiche capaci di evitare che la cura diventi un ostacolo alla partecipazione professionale delle donne.
Il nodo dei salari: lavorare non significa necessariamente uscire dalla povertà
Sul tema delle retribuzioni si è soffermato l'economista Tito Boeri, indicando nei redditi da lavoro uno dei principali elementi di vulnerabilità del sistema italiano.
«Oggi il lavoro non basta», è il concetto che ha sintetizzato il suo intervento: avere un'occupazione non garantisce necessariamente di uscire dalla povertà. Una contraddizione che emerge con particolare evidenza in una fase in cui molte imprese dichiarano difficoltà nel reperire personale, mentre i salari continuano a mostrare debolezze e il potere d'acquisto delle retribuzioni è stato eroso dall'inflazione.
Boeri ha richiamato anche i cambiamenti demografici e la progressiva riduzione delle coorti che entrano nel mercato del lavoro. Secondo i dati citati durante la tavola rotonda, sette imprese su dieci dichiarano difficoltà nel reclutamento, contro una quota molto più contenuta registrata alcuni anni prima.
In un mercato in cui le aziende faticano a trovare lavoratori, ci si aspetterebbe una crescita delle retribuzioni. Il fatto che ciò non avvenga in misura adeguata, secondo l'economista, impone di interrogarsi sui rapporti di forza tra imprese e dipendenti e sugli ostacoli che limitano la mobilità professionale.
Tra gli aspetti affrontati anche il ricorso alle clausole di non concorrenza, che possono impedire ai lavoratori di passare a un'altra azienda o comportare penali. Boeri ha sostenuto la necessità di contrastare gli utilizzi non giustificati di questi strumenti e di garantire maggiori possibilità di cambiare datore di lavoro.
La mobilità, in questa prospettiva, può diventare una leva per migliorare le condizioni economiche e professionali, rafforzando la capacità dei lavoratori di trovare occupazioni più adeguate alle proprie competenze.
Ridurre l'orario e ripensare l'organizzazione del lavoro
Il tema delle otto ore ha attraversato il dibattito anche nella riflessione sindacale. Vera Buonomo ha ricordato il valore storico della conquista di un limite collettivo al tempo di lavoro e il ruolo della contrattazione nel definire diritti e condizioni occupazionali.
Il confronto sulla flessibilità richiede, tuttavia, di distinguere tra una diversa distribuzione dell'orario e una sua effettiva riduzione. Lavorare quattro giorni alla settimana mantenendo inalterato il monte ore, concentrato in giornate più lunghe, non equivale necessariamente a migliorare la qualità della vita.
La sfida è piuttosto quella di sperimentare modelli organizzativi capaci di rispondere alle nuove esigenze delle famiglie, alla necessità di una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro e ai cambiamenti demografici.
Nel corso della discussione sono stati richiamati esempi di accordi aziendali che hanno introdotto orari più contenuti, a dimostrazione del fatto che la contrattazione può essere uno strumento per sperimentare soluzioni diverse, purché siano sostenibili e condivise.
Sul tema è intervenuto anche Walter Rizzetto, che ha richiamato l'importanza di rafforzare l'occupazione stabile e le politiche attive del lavoro. Nel suo contributo, il presidente della Commissione Lavoro della Camera ha sottolineato il valore del tempo indeterminato nel contrasto alla precarietà, senza considerare necessariamente il contratto a termine uno strumento da escludere in assoluto: in determinate condizioni può rappresentare una porta d'ingresso verso una successiva stabilizzazione.
Resta, però, la necessità di creare opportunità reali, soprattutto per giovani e donne, evitando che le misure di sostegno si limitino a compensare le difficoltà senza affrontarne le cause.
Intelligenza artificiale, formazione e nuove competenze
Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dall'intelligenza artificiale, destinata a incidere sui processi produttivi, sulle competenze richieste e sull'organizzazione delle attività.
La trasformazione tecnologica non può essere affrontata soltanto come una questione di strumenti o di produttività. Richiede investimenti nella formazione, capacità di accompagnare i lavoratori nei cambiamenti professionali e una riflessione sul rapporto tra automazione e responsabilità umana.
Nel dibattito è emersa anche la possibilità di utilizzare l'intelligenza artificiale per raccogliere e organizzare informazioni, semplificare alcune attività e migliorare il funzionamento dei sistemi di protezione sociale. La tecnologia, tuttavia, non elimina la necessità di una valutazione umana nelle decisioni che riguardano le persone.
In questo scenario, la formazione continua diventa essenziale. Non basta preparare i giovani al primo ingresso nel mercato del lavoro: occorre consentire loro di aggiornare le competenze durante tutta la vita professionale e di affrontare eventuali transizioni senza essere lasciati soli.
La cooperazione come possibile laboratorio di innovazione
Il confronto ha offerto anche l'occasione per riflettere sul ruolo della cooperazione. Nel suo intervento, Boeri ha indicato il modello cooperativo come un possibile ambito in cui sperimentare risposte alle trasformazioni in corso, grazie alla partecipazione dei lavoratori e a una maggiore condivisione delle responsabilità.
La governance cooperativa, il principio del voto capitario e l'attenzione alla dimensione sociale possono contribuire a costruire organizzazioni più attente agli interessi delle persone. Una possibilità che, come sottolineato dall'economista, richiede comunque che i principi dichiarati siano concretamente rispettati.
Per l'AGCI, il confronto si inserisce in una riflessione che riguarda direttamente il futuro del lavoro cooperativo e la sua capacità di rispondere alle esigenze dei soci e dei lavoratori. L'associazione, secondo i dati illustrati durante l'incontro, rappresenta 130.000 lavoratori e lavoratrici e 500.000 soci.
Dalle analisi alle scelte concrete
La tavola rotonda non si è proposta di individuare una soluzione unica a problemi che hanno origini e dimensioni differenti. L'obiettivo dichiarato era mettere a confronto punti di vista diversi e far emergere ipotesi di lavoro utili per orientare le decisioni future.
Dal dibattito è emersa una consapevolezza condivisa: il mercato del lavoro non può essere valutato soltanto attraverso il numero degli occupati o la quantità di contratti attivati. Occorre interrogarsi sulla qualità dell'occupazione, sul livello delle retribuzioni, sulla sicurezza dei percorsi professionali e sulla possibilità, per ciascuno, di costruire una vita autonoma.
La sfida è trovare un equilibrio tra le esigenze delle imprese e i diritti delle persone, tra flessibilità e protezione, tra innovazione tecnologica e valorizzazione delle competenze. Una sfida che riguarda in modo particolare i giovani, le donne e chi oggi incontra maggiori ostacoli nell'accesso a un lavoro stabile e adeguatamente retribuito.
Le otto ore restano così un riferimento storico e simbolico. Non perché il mondo del lavoro sia rimasto immutato, ma perché continua a essere attuale la domanda che quella conquista portava con sé: quanto il lavoro contribuisce alla dignità delle persone e alla loro libertà di progettare il futuro?
È da questa domanda che, secondo il senso del confronto promosso dall'AGCI, occorre ripartire per immaginare un modello di sviluppo nel quale il lavoro non sia soltanto una prestazione da organizzare, ma una condizione concreta di autonomia, partecipazione e cittadinanza.