Consiglio Regionale del Veneto

08/31/2026 | Press release | Distributed by Public on 08/31/2026 11:13

Fine vita. Borgia (FdI): 'Aiutare significa non lasciare solo chi soffre.'

31 agosto 2026

«Affronteremo la discussione di domani sul fine vita partendo anzitutto da una questione che riteniamo fondamentale: una materia che investe direttamente il diritto alla vita, l'autodeterminazione della persona e i confini della tutela assicurata dall'ordinamento non può essere affrontata attraverso una norma e differenti discipline da Regione a Regione».

Lo dichiara Claudio Borgia, capogruppo di Fratelli d'Italia in Consiglio regionale del Veneto, alla vigilia della discussione in Aula della proposta di legge di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito.

«La recente giurisprudenza costituzionale ha riconosciuto alle Regioni alcuni circoscritti spazi di intervento sul piano organizzativo e procedurale, in quanto riconducibili alla tutela della salute. E tutela della salute significa vita. Allo stesso tempo, la Corte costituzionale ha posto limiti altrettanto chiari: alle Regioni non spetta definire autonomamente i requisiti sostanziali di accesso, incidere sui confini dei diritti coinvolti o determinare ciò che rientra nei livelli essenziali delle prestazioni. Sono limiti che confermano quanto sia necessario distinguere il piano dell'organizzazione sanitaria regionale dalla disciplina sostanziale di una materia che deve trovare altre risposte. Quelle di una sanità che aiuti, accompagni, sostenga la vita anche nella sua fare di massima sofferenza».

«Esiste una riflessione di principio che non possiamo eludere. Abbiamo il massimo rispetto per la libertà e l'autodeterminazione di ogni persona, tanto più quando si trova ad affrontare condizioni di sofferenza estrema. Proprio una materia così delicata, però, impone di considerare insieme alla libertà individuale anche il dovere della comunità e delle istituzioni di tutelare la vita, in particolare quando si tratta delle persone più fragili e vulnerabili».

«La nostra contrarietà non vuole e non deve mai trasformarsi in un giudizio nei confronti di chi, vivendo condizioni di sofferenza estrema, arriva a chiedere di porre fine alla propria vita. Difendere la vita significa anche avere rispetto per quella sofferenza, rafforzare le cure palliative e la terapia del dolore, sostenere le famiglie e garantire che nessuno si senta abbandonato nel momento della maggiore fragilità».

«È proprio qui che può insinuarsi quella cultura dello scarto che dobbiamo contrastare: non nella persona che soffre e nelle sue scelte, ma nella convinzione che può maturare in chi è più fragile di non essere più utile, di essere diventato un peso per gli altri, di non essere più compreso o che, semplicemente, non valga più la pena continuare. Una società autenticamente solidale deve fare esattamente il contrario: far sentire quella persona ancora parte della comunità, circondarla di vicinanza e affetto e garantirle una risposta sanitaria e assistenziale capace di alleviarne concretamente la sofferenza. La libertà della persona va rispettata, ma dobbiamo contemporaneamente creare tutte le condizioni perché nessuno arrivi a una scelta irreversibile sentendosi solo, abbandonato o privo di alternative».

«È la stessa Corte costituzionale a ricordarci che l'ampliamento degli spazi di autonomia della persona rispetto al proprio destino porta con sé rischi che l'ordinamento ha il dovere di prevenire, proprio per tutelare le persone più deboli e vulnerabili. È un principio di prudenza che condividiamo profondamente».

«Anche le esperienze maturate nei Paesi che hanno intrapreso da più tempo questa strada ci impongono una riflessione. Il caso dei Paesi Bassi mostra come, nel corso degli anni, l'applicazione dell'eutanasia abbia interessato situazioni sempre più complesse, arrivando a coinvolgere persone affette da patologie psichiatriche, pazienti con demenza e, nei casi previsti dall'ordinamento olandese, anche minori. Non evochiamo queste esperienze per sovrapporre sistemi giuridici profondamente diversi, ma perché dimostrano quanto sia necessario valutare oggi anche le possibili conseguenze future delle scelte che compiamo e prevedere garanzie particolarmente rigorose a tutela delle persone vulnerabili».

«C'è poi un elemento che consideriamo essenziale: l'alleanza terapeutica tra medico e paziente. Il rispetto dell'autodeterminazione non può trasformarsi nella solitudine della persona davanti alla propria sofferenza. Il medico deve poter accompagnare il paziente, prospettargli le alternative concretamente disponibili, le possibilità terapeutiche e assistenziali e gli strumenti attraverso i quali è possibile lenire il dolore e la sofferenza, a partire dalle cure palliative e dalla terapia del dolore».

«Non è, peraltro, una considerazione soltanto nostra. Lo stesso Comitato nazionale per la bioetica, pur nella pluralità delle posizioni espresse sul suicidio medicalmente assistito, ha sottolineato all'unanimità la necessità di un'offerta effettiva di cure palliative e di terapia del dolore, evidenziando le difficoltà e le disomogeneità che ancora caratterizzano l'accesso a questi strumenti e indicando il loro rafforzamento come una priorità assoluta delle politiche sanitarie. È un richiamo che riteniamo particolarmente importante: non può esserci una discussione autenticamente libera sul fine vita se, prima di tutto, non siamo in grado di garantire concretamente a ogni persona la possibilità di essere curata, accompagnata e sollevata, per quanto possibile, dalla propria sofferenza».

«La risposta delle istituzioni non può quindi limitarsi alla verifica dell'esistenza di determinate condizioni. Deve anzitutto garantire che quella persona sia realmente accompagnata, ascoltata e messa nelle condizioni di conoscere tutte le possibilità attraverso le quali la sua sofferenza può essere alleviata. Cure palliative realmente accessibili, assistenza domiciliare, sostegno psicologico e supporto alle famiglie sono parte integrante di qualsiasi discussione seria sul fine vita».

«La nostra posizione - conclude Borgia - rimane dunque saldamente dalla parte della vita, ma vuole esserlo innanzitutto dalla parte della persona. Significa tutelare chi è più fragile, accompagnare chi soffre, rispettarne la dignità e impedire che una scelta così estrema possa diventare la conseguenza della solitudine, della paura di essere un peso o dell'assenza di alternative.»

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