03/06/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/06/2026 04:05
Il 24 febbraio ha segnato l'inizio del quinto anno dall'inizio dell'"operazione speciale" russa in Ucraina. Sebbene ci siano differenze, è inevitabile comparare i lenti progressi dell'operazione speciale, alle quattro ore impiegate dalle forze speciali americane per catturare e trasferire a New York il Presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie. Nel caso russo, il Presidente Zelensky è ancora al potere e il Cremlino ha conquistato una parte relativamente piccola del territorio ucraino. Inoltre, l'operazione speciale ha avuto severe ripercussioni demografiche, economiche ed energetiche sulla Russia.
Alla vigilia del conflitto, la Russia contava una popolazione di 145 milioni di abitanti, un numero in lento declino che si è accelerato dall'inizio della guerra. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), dal febbraio 2022 la Russia ha perso 1 milione e 200mila soldati, di cui 325mila uccisi. In confronto, tra il 1979 e il 1989, la guerra in Afghanistan aveva causato 50.000 vittime, ma all'epoca l'Unione Sovietica aveva quasi il doppio degli abitanti della Russia attuale. L'esodo di un milione di russi che hanno lasciato il paese per evitare l'arruolamento ha aggravato la crisi demografica.
A livello economico, il paese non ha subito il collasso previsto da alcuni analisti, ma ha visto l'inflazione superare il 10%, i tassi d'interesse raggiungere il 20% e quasi il 40% del bilancio statale assorbito da spese militari. Finora, il governo russo ha finanziato la guerra tramite le esportazioni di idrocarburi e il Fondo Sovrano (National Wealth Fund), che però si è ridotto a 30 miliardi di dollari, un decremento del 70% rispetto all'inizio della guerra. Se questo trend persistesse, il Cremlino potrebbe trovarsi a corto di risorse e, dopo aver esaurito "l'argenteria di famiglia", costretto a procurarsi, con difficoltà, prestiti sul mercato internazionale.
Con l'eccezione delle crisi del 2006 e del 2009, anche nei periodi "più freddi della Guerra Fredda", il flusso di idrocarburi dall'Unione Sovietica verso l'Europa era stato mantenuto. Fino al 24 febbraio 2022, la Russia era il principale fornitore di gas, petrolio e carbone dell'Unione Europea. Da quella data è iniziato il "divorzio energetico", con la progressiva riduzione delle forniture russe. L'energia ha sempre avuto un ruolo cruciale nel bilancio statale russo, e il calo dei profitti energetici dall'inizio del conflitto sta avendo un impatto significativo sull'economia del paese.
Nell'agosto 2022, l'Unione Europea aveva sanzionato il carbone russo, sostituendolo rapidamente con forniture da altri paesi. Per il gas, che nel 2021, con oltre 150 miliardi di metri cubi, aveva rappresentato oltre il 40% delle importazioni europee, la sostituzione è stata più lunga e costosa, anche perché alcuni paesi, come la Germania, avevano sviluppato una forte dipendenza dalla Russia. Dall'inizio del conflitto, le forniture di gas russo sono diminuite lentamente fino a poco più del 10% nel 2025 e, in seguito alle ultime sanzioni, dovranno azzerarsi entro il 30 settembre 2027.
Lo "svezzamento" dal gas russo non è stato indolore. Nel 2022, le forniture si erano già ridotte considerevolmente, costringendo l'Unione Europea ad acquistarne, a caro prezzo, da altri produttori, principalmente gas naturale liquefatto americano. Nel 2022, ci fu molta retorica sul "salvation gas" americano che avrebbe aiutato l'Europa, ma in realtà gli approvvigionamenti dagli Stati Uniti vennero acquistati a prezzi stratosferici, più che decuplicati rispetto ai valori del 2021.
Venendo meno l'acquirente europeo, si è discusso molto sulla possibilità per la Russia di riorientare l'export verso la Cina con il nuovo progetto Power of Siberia 2. Tuttavia, tale gasdotto, con una capacità di 50 miliardi di metri cubi, rimpiazzerebbe solo un terzo delle importazioni europee di gas russo del 2021. Inoltre, la Cina, pur avendo firmato un generico Memorandum of Understanding con la Russia, non intende dipendere eccessivamente da un singolo fornitore, in questo caso Gazprom.
Il Cremlino quindi non riuscirà a riorientare il gas esportato fino al 2021 verso l'Unione Europea ad altri fornitori, ma si limiterà a un modesto incremento attraverso il gasdotto esistente Power of Siberia 1 e a un limitato export di gas naturale liquefatto verso altri consumatori. In altre parole, due terzi del gas mandato all'Unione europea nel 2021 rimarrà invenduto nel sottosuolo russo.
Per il petrolio, che nel 2021 rappresentava quasi il 30% delle importazioni dell'Unione Europea, la situazione è diversa. Parte dell'import arrivava ai paesi dell'Europa centrale e orientale attraverso l'oleodotto Druzhba e parte via mare con petroliere. L'import via petroliere è stato sanzionato alla fine del 2022, lasciando però la possibilità a paesi europei landlock (senza accesso al mare) di continuare ad approvvigionarsi tramite Druzhba. Alla fine del 2025, tali forniture si sono però ridotte a poco più dell'uno per cento delle importazioni europee.
Alla fine di gennaio 2026, il ramo dell'oleodotto Druzhba che riforniva Ungheria e Repubblica Slovacca è stato danneggiato durante le operazioni militari, azzerando il flusso residuale di petrolio russo verso l'Unione Europea. Si può aneddoticamente ricordare che nel 1973, Leonid Brezhnev, inaugurando il ramo dell'oleodotto verso la Germania, lo definì una garanzia di partnership per "trenta o perfino cinquant'anni", facendo al tempo una previsione piuttosto accurata.
Naturalmente, Mosca continuerà ad avere la possibilità di esportare il suo petrolio verso paesi che non hanno introdotto sanzioni, accettando però di venderlo a prezzi di saldo. A novembre 2025, l'iper-sconto dell'Ural, il greggio russo, rispetto al Brent, un benchmark di riferimento internazionale, è aumentato a 24 dollari al barile. Come indicato dal Financial Times, ciò ha ridotto il reddito energetico della Russia nel 2025 di circa un quinto rispetto al 2024.
La riduzione degli introiti petroliferi sta colpendo sempre più duramente l'economia russa. Una riduzione dei prezzi del greggio o un aumento degli sconti ai paesi che acquistano ancora petrolio russo ridurrebbe ulteriormente i già esigui margini di profitto di Mosca, il cui petrolio, tra l'altro, ha elevati costi di produzione.
Il confronto tra la Russia odierna e l'Unione Sovietica degli anni '80 mette in risalto similitudini cruciali. Entrambi i regimi avevano iniziato conflitti rivelatisi più lunghi, costosi e sanguinosi del previsto. Il bilancio russo destinato al conflitto in Ucraina assorbe circa il 40% delle risorse statali, analogamente a quanto accadde negli anni '80 per le spese legate al conflitto in Afghanistan e per contrastare la Strategic Defense Initiative lanciata da Ronald Reagan.
Un'ulteriore similitudine è legata al petrolio. L'Unione Sovietica invase l'Afghanistan alla fine del 1979 con il petrolio intorno ai 40 dollari al barile, un prezzo che crollò sotto i 10 dollari nel 1986, devastando l'economia sovietica. Nel 2022, all'inizio dell'invasione, il prezzo del petrolio aveva sfiorato i 130 dollari al barile, per poi scendere sotto i 70 dollari nel 2025.
La Russia ha sempre sfruttato le sue risorse energetiche per perseguire una politica assertiva, comunemente definita come "weaponisation of energy". Tuttavia, la riduzione dei profitti legati all'export petrolifero comincia ad incidere pesantemente sull'economia di Mosca, una sorta di "weaponisation of energy" contro la Russia stessa, togliendole le risorse economiche per il conflitto.
Putin sembra insensibile al "bagno di sangue" in Ucraina, ma la Russia non potrà mantenere la stessa insensibilità, e le spese militari stanno distruggendo l'economia del paese. Alexandra Prokopenko, un'economista che ha lasciato il paese all'inizio del conflitto, ha paragonato lo stato dell'economia russa al mal di montagna. Quando gli alpinisti, in alta quota, hanno mal di montagna devono fermarsi e tornare indietro per evitare danni irreversibili al loro organismo. Ci si può chiedere se il mal di montagna russo possa indurre Putin a fermarsi.
Purtroppo, il recente intervento in Iran, proiettando i prezzi del petrolio verso l'alto, sta dando un inaspettato aiuto all'asfittica economia del Cremlino. Come un alpinista in alta quota, per continuare a salire ha bisogno di ossigeno, prezzi del petrolio più elevati rappresentano delle provvidenziali bombole di ossigeno per Mosca.