06/13/2026 | Press release | Distributed by Public on 06/13/2026 00:45
È la sera del 13 giugno 2008 quando Giuseppe Uva, falegname di 43 anni, e il suo amico Alberto Bigioggero vengono fermati da alcuni agenti.
Queste sono le parole di Alberto che prova a chiedere aiuto chiamando un'ambulanza mentre sente le urla dell'amico da un'altra stanza della caserma.
Poche ore dopo Giuseppe muore nel reparto psichiatrico di un ospedale di Varese.
La sera del 13 giugno 2008 una pattuglia di carabinieri e sei poliziotti ferma Giuseppe Uva e il suo amico Alberto Biggiogero per aver spostato delle transenne su strada, bloccando il traffico. Vengono subito portati in caserma. Lì, urla e richieste d'aiuto non riusciranno a salvare Giuseppe dalle violenze.
Anzi, lo porteranno alla morte poche ore dopo.
Non sapevano che quella sera, iniziata con un incontro tra amici in un bar a Varese, una partita di calcio e qualche bicchiere in compagnia, si sarebbe conclusa in tragedia.
All'arrivo in caserma Alberto e Giuseppe vengono subito separati. In sala d'aspetto, Alberto sente le urla e le richieste di aiuto di Giuseppe.
Chiama il 118, pronunciando la purtroppo famosa frase "stanno massacrando un ragazzo".
Chiede un'ambulanza, che però non arriva.
Dopo la notte passata in caserma, Giuseppe viene portato al pronto soccorso e si dispone nei suoi confronti un trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Successivamente viene ricoverato nel reparto psichiatrico dell'ospedale di Varese dove muore dopo poche ore, la mattina del 14 giugno 2008.
Alberto sporge denuncia il giorno dopo, raccontando le sofferenze di Giuseppe e il mancato arrivo dei soccorsi. Dichiara inoltre di aver provato a raggiungerlo ma di esser stato trattenuto. La sua denuncia rimane inascoltata e verrà considerata nelle indagini solo molti anni dopo la prima deposizione.
La mattina dopo il decesso, a Lucia, sorella di Giuseppe, viene concesso di vedere il cadavere. Con grande lucidità fotografa le lesioni, le tumefazioni, i lividi e le macchie di sangue sul corpo del fratello.
Così inizia una battaglia, mai conclusa, per ottenere verità e giustizia per Giuseppe, fatta di rinvii, depistaggi e omissioni.
Sulla vicenda sono stati aperti due procedimenti nei confronti del personale medico. Le prime indagini, risultano superficiali e lacunose. Viene infatti inizialmente ignorata la denuncia di Alberto Biggiogero e ci si focalizza solo su quanto accaduto nelle strutture mediche. I tre medici del pronto soccorso e del reparto psichiatrico dell'ospedale di Varese, inizialmente indagati, vengono assolti.
Nel frattempo, come evidenziato da Amnesty International Italia nel 2013, la famiglia Uva viene costantemente stigmatizzata. La sorella Lucia viene addirittura querelata per diffamazione.
Dopo ulteriori indagini, due carabinieri e sei poliziotti vengono rinviati a giudizio con l'accusa di omicidio preterintenzionale, percosse, sequestro di persona e abbandono di incapace. Anche in questo caso, nel luglio 2019, la Corte di cassazione conferma le assoluzioni di primo e secondo grado degli indagati.
La famiglia di Giuseppe però non si arrende e presenta ricorso alla Corte europea dei diritti umani (Cedu). Nel gennaio 2021 la Cedu accoglie il ricorso.
I quattro motivi alla base dell'indagine della Cedu sono:
Diciotto anni dopo, il caso rimane ancora aperto.
Diciotto anni dopo, la famiglia Uva non si arrende e continua a chiedere verità e giustizia per la morte di Giuseppe.
La storia che hai appena letto fa parte della serie curata da Amnesty International Italia intitolata "Storie di violenza di stato". Qui trovi le storie di Riccardo Magherini e di Paolo Scaroni.
Da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, da Andrea Soldi a Davide Bifolco. Attraverso fatti di cronaca che hanno scosso l'Italia ripercorreremo le lotte per la verità e la giustizia di familiari e amici.
Storie che, in alcuni casi, sono ancora senza giustizia.
Storie che abbiamo già raccontato in questi anni: