01/19/2026 | Press release | Distributed by Public on 01/19/2026 10:19
È passato un anno dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, insediatosi il 20 gennaio del 2025. Ed è stato sufficiente per precipitare le relazioni transatlantiche al livello più basso mai raggiunto e sprofondare la Nato in una crisi esistenziale. Per un anno i leader europei hanno sperimentato diverse strade, dall'adulazione alla sottomissione, ma ormai è evidente che il presidente americano rispetta solo chi gli tiene testa. Usando toni sempre più minacciosi, ha reso chiaro agli alleati che non intende fare marcia indietro sulla Groenlandia il cui possesso, afferma, è essenziale per la sicurezza nazionale americana. Domenica ha annunciato nuovi dazi, del 10% contro otto Paesi europei tra i quali Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Svezia, 'colpevoli' di aver inviato alcune decine di militari sull'isola artica a supporto della sovranità danese (i dazi salirebbero poi al 25% se entro il primo giugno non dovessero fare un passo indietro). A nulla sono valse precisazioni e distinguo di chi ha fatto notare che il gesto europeo era stato frainteso e che le truppe in questione erano state inviate nell'ambito di un'esercitazione per rafforzare la sicurezza artica. "Gli Stati Uniti proiettano forza, l'Europa solo debolezza", ha tagliato corto Stephen Miller, consigliere della Casa Bianca ed eminenza grigia della dottrina 'America First' applicata alla politica estera. Per l'Europa è arrivato il momento di una scelta di campo tra il vassallaggio verso cui la spinge Trump e un'emancipazione dolorosa. Contrariamente ai timori degli ultimi mesi, questo momento non è arrivato in seguito alle divergenze tra Washington e Bruxelles sulla guerra in Ucraina, ma per la Groenlandia, oggetto di brame imperialiste. Ciò non cambia il fatto che la posta in gioco di questo braccio di ferro tra le due sponde dell'Atlantico sia esistenziale per il futuro del continente.
L'annuncio di sanzioni commerciali volte a forzare la cessione della Groenlandia - un territorio sotto sovranità della Danimarca, paese membro dell'Ue, protetto dalla Nato - suggerisce che la strategia europea di appeasement nei confronti del presidente degli Stati Uniti sia fallita. L'ennesima minaccia contro il continente ha avuto l'effetto di unire l'intero arco del Parlamento europeo nella decisione di non ratificare l'accordo commerciale firmato l'estate scorsa dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, una mossa che potrebbe accendere la miccia di una guerra commerciale transatlantica. La ragione implicita per accettare l'intesa - che molti avevano definito 'iniqua' - era la speranza che avrebbe garantito stabilità nelle relazioni con gli Stati Uniti e che questi avrebbero continuato a sostenere l'Ucraina. Oggi, tuttavia, il rischio di veder violata la propria sovranità territoriale costringe l'Europa alla fermezza. Accettare l'annessione della Groenlandia pur di non compromettere i rapporti con Washington sarebbe da parte dei 27 una scelta suicida: Cina e Russia la interpreterebbero come una resa, annullando ogni ambizione per l'Ue di ricoprire un ruolo geopolitico e alimentando dubbi sul suo impegno nei confronti di Kiev.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto di usare per la prima volta lo strumento anti-coercizione europeo (Ice), concepito per difendersi dalla Cina ma potenzialmente utile anche per permettere ai 27 di resistere alle pressioni statunitensi. Il regolamento, definito come il "grande bazooka", consentirebbe all'Ue - con il consenso di almeno il 55% degli Stati membri, che rappresentino il 65% della popolazione - di imporre ampie restrizioni su beni e servizi statunitensi, sospendere gli investimenti o le tutele della proprietà intellettuale. La Commissione potrebbe quindi emanare un elenco di dazi di ritorsione su circa 93 miliardi di euro di merci provenienti dagli Stati Uniti, che aveva preparato in risposta agli aumenti tariffari americani della scorsa primavera. Anche se nelle prossime ore, con la partecipazione di Trump al World Economic Forum di Davos, si fa strada la possibilità di colloqui faccia a faccia tra la parte europea e quella americana, cresce l'urgenza di avviare rapidamente discussioni su una nuova architettura di sicurezza europea. Il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, ha convocato in tutta fretta un vertice di emergenza nei prossimi giorni per calibrare una risposta alle minacce alla Groenlandia, ma la discussione potrebbe spaziare ben oltre.
Finora, Trump non si è mai trovato davvero di fronte a una volontà europea compatta e determinata nel contrastarlo. Eppure, quando è stato messo davanti a un rapporto di forza credibile, ha già fatto marcia indietro: è successo con Canada, Messico e Cina. "Trump è spesso costretto a ritirare le sue minacce man mano che le circostanze evolvono", osserva Daniel Fried, ex ambasciatore statunitense e membro dell'Atlantic Council. "I suoi alleati europei e il Congresso americano hanno una leva - se decidono di usarla". Anche all'interno del Partito Repubblicano emergono segnali di resistenza: alcuni membri del Congresso hanno avvertito che prenderebbero in considerazione l'impeachment qualora Trump tentasse un'azione militare contro la Groenlandia. È vero anche che molte minacce del presidente si sono già rivelate prive di seguito - dai dazi del 100% sui film prodotti all'estero a quelli del 200% sullo champagne, fino al recente annuncio di un'imposta del 25% su chi commercia con l'Iran - ma il punto resta. L'idea che non valga la pena rischiare l'alleanza transatlantica per opporsi a Trump è essa stessa un fattore di rischio. Tra gli esiti più pericolosi c'è infatti la disintegrazione dell'alleanza occidentale, Nato compresa. Per preservarne almeno quello che resta, la strategia migliore potrebbe essere far capire a Trump che con la Groenlandia può anche guadagnare un'isola. Ma rischia di perdere un continente.