ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

03/19/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/19/2026 10:42

UE: un altro Consiglio di guerra

La competitività europea può attendere. Anzi no, ma tant'è: il vertice dei 27 che si apre oggi a Bruxelles, e che avrebbe dovuto essere incentrato sulla roadmap per il rilancio dell'economia dei 27, è stato dirottato, ancora una volta, dalle emergenze internazionali. Se la guerra in Ucraina, come ha ricordato Friedrich Merz, resta prioritaria per la sicurezza europea, l'escalation militare nel Golfo, con la chiusura dello Stretto di Hormuz e le sue conseguenze - in particolare i costi dei combustibili fossili, che a loro volta incidono sulla competitività - si impone in cima all'agenda dei leader. Per una volta, i governi concordano su un punto cruciale: è necessario intervenire per impedire che i prezzi dell'energia salgano alle stelle. Peccato che siano divisi su come affrontare il problema e, soprattutto, su chi debba occuparsene. Alcuni chiedono che sia la Commissione a intervenire per proteggere cittadini e imprese, auspicando interventi di vasta portata; altri insistono su misure a lungo termine per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, sostenendo che le misure di soccorso immediate siano di competenza delle capitali nazionali. "Si tratta di affermare l'Europa in un mondo che si sta mostrando sempre più difficile e di fare in modo che possiamo tenere il passo", ha spiegato al suo arrivo nella capitale belga il cancelliere tedesco Merz, sottolineando che le sfide riguardano sia "la nostra capacità di difesa" sia "il nostro approvvigionamento energetico. E tutto questo è possibile solo con un'economia forte". La discussione è apertissima e i suoi esiti sono tanto più cruciali perché influenzeranno il futuro dell'Ue per gli anni a venire.

Energia: fronti contrapposti?

Il contesto è noto: il blocco di Hormuz imposto da Teheran e innescato dai bombardamenti israelo-statunitensi ha fatto impennare il prezzo del petrolio e raddoppiare quello del gas. L'escalation, sommata alla 'lezione' impartita agli europei dal conflitto in Ucraina, ha portato i governi dei 27 a concordare sul fatto che sia essenziale - nel lungo periodo - accelerare la transizione verso l'energia pulita e prodotta internamente, per affrancarsi da un mercato soggetto a shock esterni e sbalzi imprevedibili. Ma sul breve periodo, che fare per proteggere famiglie e imprese dal caos energetico? È qui che la posizione dei 27 si divide in due scuole di pensiero: da un lato un fronte più interventista (guidato dall'Italia e comprendente vari paesi tra cui Grecia, Croazia, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria e Polonia) che chiede interventi immediati e coordinati per contenere i prezzi. Più flessibilità sugli aiuti di Stato, strumenti comuni e la sospensione o revisione di alcune regole, in particolare quella sul Sistema di scambio delle emissioni (ETS) che obbliga fabbriche e centrali elettriche a pagare per le emissioni che contribuiscono al riscaldamento globale. Dall'altro un fronte "prudente" (Germania, Spagna, Portogallo e Paesi del Nord), contrari a interventi che potrebbero creare distorsioni e che difendono il sistema degli ETS definendolo "il pilastro della politica climatica dell'UE". Gli argomenti di questo fronte sono di natura sia climatica sia economica. Modifiche radicali all'ETS, sostengono, minerebbero la fiducia degli investitori, penalizzerebbero i più virtuosi e distorcerebbero la parità di condizioni nel mercato interno.

I nodi: Ucraina e Iran?

La situazione sempre più complessa su energia e competitività sta complicando il già difficile dibattito sull'Ucraina. L'impegno europeo nel fornire assistenza a Kiev, infatti, è ancora bloccato dal veto dell'Ungheria. Eppure, sul prestito di 90 miliardi di euro concordato a dicembre, ancora in attesa del via libera, "non ci saranno discussioni", riferisce Politico, poiché difficilmente si convincerà a revocare il veto - che ha ragioni più elettorali che politiche - prima del voto del prossimo 12 aprile. Anche l'approccio al conflitto in Iran non è stato ancora definito. Di certo, c'è solo che i 27 hanno respinto l'invito di Donald Trump a contribuire alla riapertura di Hormuz con mezzi e navi militari che, di fatto, farebbero entrare l'Europa in guerra contro l'Iran. Non si tratta solo di stabilità economica, e di un'impennata dei prezzi dell'energia, ma anche del rischio di una nuova spirale inflazionistica, dello spettro di una crisi alimentare e di una nuova ondata migratoria. "Ci aspettiamo un coordinamento concreto tra i 27 su cosa si possa fare per ridurre le tensioni e tornare alla diplomazia, nonché il rispetto del diritto internazionale da entrambe le parti", affermano fonti UE. Un altro problema per il quale l'Ue dovrà trovare una soluzione che non sembra a portata di mano.

Trump, convitato di pietra?

Il presidente americano è il denominatore comune dei temi in cima all'agenda europea. L'inquilino della Casa Bianca, infatti, ha lanciato l'offensiva contro la Repubblica islamica senza informarli. Dopo quasi tre settimane, quell'operazione ha inferto non pochi danni all'UE. Al conto economico si aggiunge quello per la sicurezza: i ministri dell'Interno temono attacchi terroristici sul territorio dell'Unione, mentre Cipro è direttamente minacciata dai droni iraniani e l'Ucraina è diventata la principale 'vittima collaterale' della riapertura di Washington al petrolio russo. Perfino la costanza con cui Viktor Orbán punta a corrodere l'Ue dall'interno è vista con favore da una Casa Bianca che non fa mistero di voler dividere gli europei. Eppure, diverse capitali continuano a cullarsi nell'illusione che Trump in fondo sia un male necessario e che - nonostante le continue invettive contro la Nato - correrebbe in soccorso degli alleati in caso di bisogno. Ma la guerra in Iran e le sue conseguenze potrebbero spostare gli equilibri al punto da cambiare lo status quo. Questa settimana gli europei hanno respinto la richiesta del presidente americano di unirsi alla sua guerra in Medio Oriente prendendo atto del fatto che assecondare Trump non sia l'unica opzione percorribile. Da Varsavia a Madrid, passando per Roma e Berlino, i più stretti amici di Washington nel continente si sono uniti ai più scettici per lanciare il messaggio: "Questa non è la nostra guerra". Se è vero che l'Europa si fa nelle crisi, come affermava Jean Monnet, una crisi di troppo potrebbe riuscire finalmente a ricucire le divisioni europee.

Il commento

di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca dell'ISPI

"Di fronte alla guerra israelo-americana contro l'Iran, l'Ue appare impotente. Non è la prima volta che le succede e purtroppo non sarà nemmeno l'ultima. L'eccezione è rappresentata dall'Ucraina. O forse è meglio dire era, visto il continuo veto di Orban sul prestito a Kiev. Il veto ungherese alla fine si supererà, ma non si supererà l'inevitabile senso di impotenza dell'Ue. Pensare di contare nel mondo cercando l'unanimità a 27 o più paesi è semplicemente una chimera".

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