06/11/2026 | News release | Distributed by Public on 06/11/2026 02:48
Prima del decollo ci sono sempre le stesse operazioni: il controllo delle batterie, la verifica delle condizioni meteorologiche, la pianificazione del volo e la definizione dell'area da osservare. Gesti ripetuti per chi lavora con i droni, ma procedure indispensabili per raccogliere dati, monitorare ecosistemi, costruire mappe ad alta precisione e garantire la sicurezza delle operazioni.
A terra tutto è pronto e il paesaggio appare familiare. Poi il drone si alza e bastano pochi metri di quota perché qualcosa inizi a cambiare. Non nel territorio, ma nello sguardo di chi lo osserva.
Il paesaggio che fino a pochi istanti prima sembrava noto comincia a trasformarsi: i sentieri diventano linee sottili, i boschi si aprono in geometrie inattese e le tracce lasciate dall'acqua, dal vento o dalle attività umane emergono con una chiarezza che da terra sarebbe impossibile cogliere. Le forme diventano più nitide, le relazioni tra gli elementi più evidenti, mentre i dettagli si organizzano in strutture più ampie. È come se il territorio iniziasse a raccontare una storia diversa, una storia che dal basso rimane in gran parte invisibile.
Per i ricercatori e le ricercatrici di Fondazione CIMA, il drone è prima di tutto uno strumento scientifico. Viene utilizzato per monitorare ecosistemi, documentare l'evoluzione del suolo, produrre cartografie ad alta risoluzione, supportare attività di protezione civile e raccogliere informazioni fondamentali per comprendere fenomeni naturali complessi.
Le immagini prodotte durante questi voli non nascono per essere fotografie artistiche. Nascono per misurare.
Ogni pixel contiene informazioni e ogni immagine contribuisce alla costruzione di modelli, analisi e conoscenza scientifica. Attraverso questi dati è possibile osservare l'evoluzione della vegetazione, monitorare l'erosione costiera, analizzare gli effetti di una piena o valutare le conseguenze di un incendio.
Eppure, nel lavoro quotidiano, accade spesso qualcosa di inatteso.
Mentre si osserva dall'alto, ci si ritrova davanti a scenari che sembrano appartenere a un altro linguaggio. Le curve disegnate da un corso d'acqua ricordano tratti di inchiostro su una tela, le chiome degli alberi si trasformano in texture geometriche, le spiagge assumono l'aspetto di campiture cromatiche e i sedimenti trasportati dalle correnti costruiscono composizioni che sembrano studiate da un artista.
La stessa immagine può essere letta in modi diversi. Non è il territorio a cambiare, ma il nostro modo di guardarlo.
Se dal punto di vista della ricerca, quell'immagine è un insieme di informazioni da interpretare e di dati che aiutano a comprendere un fenomeno, nell'osservazione diventa invece un racconto visivo fatto di forme, trame, colori e suggestioni. Sono prospettive diverse che non si contrappongono, ma convivono nello stesso sguardo, in un dialogo continuo tra scienza e arte.
È proprio in questo spazio di incontro tra conoscenza e percezione che nasce Dronigrafie, il progetto di Arte & Scienza che raccoglie alcune delle immagini realizzate durante le attività operative e scientifiche della Fondazione.
Fotografie nate per osservare il territorio che finiscono per raccontarlo.
Guardando queste immagini si comprende come il drone non sia soltanto uno strumento tecnologico, ma anche un mezzo capace di cambiare prospettiva. E cambiare prospettiva significa spesso cambiare comprensione.
Molti dei fenomeni che la ricerca studia quotidianamente si sviluppano infatti su scale difficili da cogliere restando a terra. L'acqua che modifica lentamente il paesaggio, la vegetazione che reagisce alle variazioni climatiche o le trasformazioni prodotte dagli eventi estremi lasciano tracce diffuse e relazioni spaziali che diventano leggibili soltanto osservando il territorio nel suo insieme. Dall'alto, un'area apparentemente uniforme rivela differenze sottili, un ecosistema mostra la propria struttura interna e le conseguenze di un fenomeno naturale emergono nella loro interezza.
Per questo ogni missione rappresenta anche un esercizio di lettura del territorio. I droni portano i team di ricerca in ambienti molto diversi tra loro: dalle aree naturali più remote, dove la presenza umana è quasi assente, ai territori colpiti da incendi, alluvioni o altri eventi che hanno modificato profondamente il paesaggio o la viabilità, fino a contesti di ricerca che spaziano dal monitoraggio dei ghiacciai alpini all'osservazione dei cetacei nel Mediterraneo, dal rilievo degli habitat naturali protetti al supporto delle attività di prevenzione e gestione degli incendi boschivi, come raccontato anche nell'Annual Report 2025 della Fondazione.
Ogni contesto richiede attenzione, non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche nella capacità di cogliere le tracce e le relazioni che il paesaggio restituisce. Spesso sono proprio i dettagli inattesi a catturare lo sguardo: elementi che possono avere un significato scientifico preciso e che, allo stesso tempo, possiedono una sorprendente forza visiva.
È una condizione particolare quella di chi lavora con questi strumenti, perché la capacità di osservare con attenzione è alla base sia della ricerca scientifica sia della fotografia. Entrambe richiedono di fermarsi, guardare e interrogarsi su ciò che si ha davanti. Da una parte c'è il rigore della misura, dall'altra la meraviglia della scoperta: due dimensioni che non si escludono, ma convivono e si alimentano a vicenda.
Le immagini raccolte durante le missioni continuano così a svolgere una doppia funzione: strumenti di conoscenza per la ricerca e occasioni di scoperta per chi le osserva.
Perché la scienza non è soltanto uno strumento per comprendere il mondo. A volte è anche ciò che permette di coglierne connessioni, forme e trasformazioni che altrimenti resterebbero invisibili. Ed è proprio in questo incontro tra conoscenza e meraviglia che nascono le immagini di Dronigrafie: uno sguardo dall'alto su un territorio che ha ancora molte storie da raccontare.