07/01/2026 | Press release | Distributed by Public on 07/01/2026 08:06
Il 2 luglio 1976 la Corte Suprema degli Stati Uniti emetteva la sentenza "Gregg v. Georgia", aprendo la strada alla ripresa delle esecuzioni capitali dopo la moratoria inaugurata dalla sentenza "Furman v. Georgia" del 1972.
In quell'occasione la Corte, con cinque giudici a favore su nove, aveva dichiarato incostituzionale la pena capitale in quanto violava l'VIII e il XIV Emendamento alla Costituzione, che vietano pene "crudeli e inusuali". Più di 630 condannati a morte videro le proprie sentenze commutate. Le opinioni dei giudici che avevano votato per l'incostituzionalità erano un catalogo di tutto ciò che non funzionava - e non funziona ancora - nel sistema capitale americano. Il giudice Thurgood Marshall, il primo afroamericano a sedere alla Corte Suprema, scrisse senza mezzi termini: "La pena capitale viene applicata in modo discriminatorio contro determinate classi identificabili di persone; inoltre, esistono prove che innocenti sono stati messi a morte prima che la loro innocenza potesse essere dimostrata".
Il giudice William Douglas puntò il dito sulla disuguaglianza strutturale: "Sarebbe inutile cercare nelle nostre cronache l'esecuzione di qualsiasi membro degli strati abbienti di questa società". La povertà, il razzismo, l'arbitrarietà: queste erano le fondamenta su cui poggiava la pena di morte in America.
Sembrava la fine. Non lo era. "Gregg v. Georgia", sette voti contro due, dichiarò che la pena di morte, nelle nuove forme previste da Georgia, Florida e Texas, era costituzionale. E così il 17 gennaio 1977 Gary Gilmore fu messo a morte per fucilazione nello Utah. Le esecuzioni erano riprese.
Negli anni a venire diversi giudici che avevano dato il via libera in "Gregg" sono arrivati a esprimere forti dubbi o a ritrattare apertamente. John Paul Stevens ritenne che la decisione iniziale avrebbe dovuto ridurre l'applicazione della pena a una circostanziata serie di casi, ciò che in realtà non avvenne. Lewis F. Powell Jr. ammise l'impossibilità di amministrare la pena in modo equo e che perciò avrebbe dovuto essere considerata incostituzionale. Laconicamente, Harry Blackmun ammise che oltre vent'anni di tentativi di rendere le procedure di esecuzione "più umane" o "più eque" erano falliti e che il sistema rimaneva intrinsecamente fallimentare e discriminatorio.
Da quando la camera della morte si è riattivata nel 1976, circa 9000 persone sono state condannate alla pena capitale e, di queste, 1669 sono state messe a morte. Ma ciò che più sgomenta è che 202 persone in totale, più del 2 per cento di tutte quelle condannate, siano risultate innocenti, con decine di esse già messe a morte.