ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

01/16/2026 | Press release | Distributed by Public on 01/16/2026 10:43

Groenlandia, il punto di rottura

I primi militari europei sono sbarcati questa mattina in Groenlandia, nell'ambito dell'operazione Arctic Endurance il cui obiettivo dichiarato è quello di rafforzare la presenza Nato nella zona. Formalmente il consolidamento militare è finalizzato a contrastare "le minacce nell'Artico" e addestrare le truppe a operare nelle "condizioni uniche" che l'ambiente comporta, ma la realtà che tutti sanno e nessuno dice è che si tratta di una decisione su cui pesa la spinta da parte del presidente Trump perché gli Stati Uniti annettano l'isola, o comunque ne prendano il controllo in qualche modo. Oltre alla Francia parteciperanno Svezia, Norvegia, Finlandia, Germania (con 13 soldati), Regno Unito (con un ufficiale) e, come hanno annunciato da ultimi, anche Paesi Bassi, Estonia e forse la Spagna. L'invio di truppe europee, anche se si tratta di pochi uomini, è motivo di "massima preoccupazione", ha fatto sapere Mosca. In ogni caso per la Casa Bianca, ha rimarcato la portavoce Karoline Leavitt, l'invio di truppe europee "non influenzerà la decisione del presidente". Per i paesi europei si tratta di una sfida senza precedenti: un intervento diretto degli Stati Uniti in Groenlandia - un territorio appartenente a un membro dell'Ue e della Nato - segnerebbe di fatto la crisi della Nato e dell'ordine di sicurezza europeo dal dopoguerra.

Un equilibrio complesso?

Da settimane le capitali europee cercano di muoversi su un crinale strettissimo: preservare la stabilità dell'alleanza atlantica senza assecondare una pressione che rischia di demolirne i principi fondativi. L'obiettivo è trovare una formula che consenta a Trump di rivendicare una "vittoria politica" senza compromettere l'integrità territoriale danese e la credibilità della Nato. Un equilibrio sempre più difficile. Trump continua a ribadire che gli Stati Uniti "hanno bisogno" della Groenlandia per ragioni strategiche e non esclude l'uso della forza: è tornato a ripeterlo anche dopo l'incontro - questa settimana a Washington - tra il vicepresidente Usa JD Vance e il segretario di stato Marco Rubio con il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e la sua omologa groenlandese Vivian Motzfeld. Un incontro che, però, non ha portato a grandi avanzamenti: "Siamo d'accordo nel non essere d'accordo", ha dichiarato Rasmussen, mentre la premier danese Mette Frederiksen ha affermato chiaramente che un'azione unilaterale degli Stati Uniti sulla Groenlandia sancirebbe la fine dell'alleanza Nato, un timore ormai diffuso in tutto il continente.

Cosa possono fare gli europei?

Fino a pochi mesi fa, l'ipotesi di dover "proteggere" la Groenlandia dagli Stati Uniti era considerata impensabile. L'Europa ha evitato di elaborare piani di contingenza proprio per non rendere concreta una minaccia che sembrava, almeno in parte, retorica. Ma l'effetto collaterale è evidente: quando le dichiarazioni di Trump si sono trasformate in un rischio reale, l'Unione si è trovata impreparata. Eppure l'Europa avrebbe delle leve, che tuttavia non sfrutta. "Una strada concreta per l'Europa sarebbe quella di spiegare chiaramente - in pubblico e in privato - cosa significherebbe per gli Stati Uniti la fine della Nato", fa notare Gideon Rachman sul Financial Times, sottolineando come "l'esistenza di basi militari americane in Europa verrebbe immediatamente messa in discussione". E aggiunge: "Una rottura dei legami di sicurezza tra Stati Uniti ed Europa significherebbe anche che l'Ue non sentirebbe più il bisogno di rispondere passivamente ai dazi di Trump. Potrebbero essere imposte contro-tariffe equivalenti all'imposta americana del 15% sull'Europa. Anche le vendite di armi all'Europa, così importanti per i produttori di difesa statunitensi, crollerebbero, poiché i paesi europei diventerebbero più cauti nell'utilizzare prodotti americani nelle loro infrastrutture critiche". Inoltre i giganti tecnologici della Silicon Valley potrebbero aspettarsi di essere tassati e regolamentati in modo molto più severo di quanto non accada ora, mentre anche in Europa - un mercato di 450 milioni di persone - il boicottaggio dei prodotti statunitensi potrebbe prendere piede come avvenuto in Canada. "Sono in corso discussioni su come potremmo esercitare pressione e dire: avete bisogno anche voi di noi - ammette un diplomatico intervistato dal quotidiano Politico - ma nessuno vuole farlo apertamente". Il nodo è anche politico: il sostegno di Trump resta vitale per garantire la sicurezza dell'Ucraina in un eventuale accordo di pace con la Russia, e nessun governo europeo vuole assumersi la responsabilità di una rottura frontale.

L'ultima risorsa?

Anche se si trovasse un accordo in extremis, che consentisse a Trump di rivendicare una vittoria e agli europei di salvare l'integrità territoriale danese, è evidente che agli occhi di molti l'Alleanza è già in crisi. La minaccia di un'aggressione americana nei confronti di un alleato europeo e membro della Nato mina inevitabilmente i principi su cui si fonda l'alleanza. Ma allora cosa possono fare i paesi europei? Intanto, l'invio di una forza di deterrenza serve a prendere tempo e inviare un messaggio al presidente Trump: qualsiasi tentativo di impossessarsi del territorio artico avrebbe un costo per gli Stati Uniti. Nessuno si illude che un contingente simbolico possa fermare l'esercito americano, ma lo scenario di marines Usa che prendono prigioniere le truppe dei loro più stretti alleati avrebbe un impatto devastante sulla credibilità internazionale di Washington, influenzando l'opinione pubblica e il Congresso. "Nessuno crede che una guerra tra Stati Uniti e Unione Europea sia auspicabile o vincibile - afferma Sergey Lagodinsky, eurodeputato tedesco dei Verdi - Ma un'azione militare statunitense contro l'Unione Europea avrebbe conseguenze devastanti per la cooperazione in materia di difesa, i mercati e la fiducia globale negli Stati Uniti". Questo, forse, potrebbe essere l'argomento giusto per convincere Trump a ripensarci, ma di per sé è già il segnale che qualcosa è cambiato: di fatto, i paesi europei stanno inviando truppe in un territorio amico nella speranza di dissuadere il loro più grande alleato dal lanciare un'azione militare. La Nato non è ancora finita, ma naviga in acque inesplorate.

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