08/12/2026 | Press release | Archived content
A Sant'Anna ottantadue anni fa si arrivava solo a piedi dopo ore di cammino. Era stata dichiarata dagli stessi tedeschi zona bianca, ovvero sicura, esente da operazioni militari o di rappresaglia, e per questo vi si erano rifugiati numerosi sfollati assieme agli abitanti. Purtroppo non andò come speravano e Sant'Anna divenne teatro di una feroce strage di massa. Con la complicità di fasciste e fascisti italiani locali che, coperti da un fazzoletto su bocca e metà volto, accompagnarono le SS armate tedesche di casa in casa. Cinquecentosessanta vittime (394 gli identificati), centrotrenta bambini uccisi. Si salvarono una quarantina di persone: per fortuna, perché nascosti o, a volte, per la pietà di qualche soldato che li invitò a scappare. Ma furono poche eccezioni, perché quel giorno si uccise chiunque e ovunque senza pietà.
Quello che accadde a Sant'Anna non fu una rappresaglia. Lo ripetono in molti anche durante la commemorazione del 2026. Magari fu un truce tentativo di tagliare i ponti tra popolazione e partigiani. Quel che è certo è che fu un eccidio e un massacro pianificato, come hanno dimostrato i processi - tardivi - iniziati alla fine degli anni Novanta del Novecento dopo decenni di oblio e verità nascoste. Dopo Marzabotto in Emilia Romagna fu la più grande strage nazifascista dei venti lunghi mesi che unirono l'armistizio dell'8 settembre 1943 alla Liberazione del 25 aprile 1945.
"Sant'Anna è il simbolo dell'abisso delle guerre, la memoria un atto di responsabilità e liberazione" scrive il presidente della Repubblica Mattarella. "Chi si professa patriota dovrebbe essere qui per onorare la patria" sferza dal palco Giuseppe Conte, presidente del Movimento Cinque stelle, a cui quest'anno è stato affidato l'orazione ufficiale. L'indice è chiaramente puntato contro alcuni esponenti del centro destra. Ma anche il vice premier Antonio Tajani è netto sulle responsabilità fasciste nella strage nazista. Poi rivolge lo sguardo al futuro: "L'odio (del passato) deve servire a costruire la pace". Un orizzonte che a Sant'Anna è da tempo chiaro. Intanto, mentre i gonfaloni sfilano su per il sentiero che porta al monumento, c'è chi intona "Bella Ciao" e chi distribuisce semi di papavero, il fiore della canzone, a ricordo dei caduti. "La pace si semina e si costruisce" si legge. "Chi non ha memoria non ha futuro" ammonisce un altro cartello.
Un velo colpevole per anni ha coperto il massacro, con documenti e fascicoli nascosti in un armadio girato ante al muro e dimenticato negli scantinati della Procura militare a Roma. Un ruolo importante nel rimuoverlo lo ha avuto il procuratore Marco de Paolis, oggi cittadino onorario di Sant'Anna, che trentuno anni fa riprese le indagini e il processo contro i responsabili, con le ultime sentenze arrivate nel 2007.
C'era anche lui sul palco del monumento ossario per la commemorazione, così come c'erano alcuni dei sopravvissuti ancora in vita: Adele e Siria Pardini, Mario Marsilii, Enio Mancini. A loro un grande applauso per la forza e il coraggio di essere stati, assieme a tanti altri che non ci sono più (come Enrico Pieri ad esempio) ed ancora oggi, testimoni di quella strage, pronti a raccontare in un virtuale passaggio di testimone i loro ricordi ai giovani che vengono a Sant'Anna.
"Si spera che questa memoria e questa coscienza sia portata avanti dalla gioventù" dice Adele. Poi la narrazione di quella mattina in cui furono messe al muro per essere fucilate, cinque sorelle, la mamma, le zie e le cugine. Erano nove fratelli e sorelle: la maggiore, Cesira, aveva quasi diciotto anni, la più piccola, Anna, venti giorni. Stavano facendo colazione quando irruppero i tedeschi: Adele, che aveva quattro anni, ricorda la grande tazza colma di latte. Il padre se n'era andato all'uliveto in Valdicastello: con lui Vittorio, Siria, Luigia e Vinicio.
Un secondo e la famiglia era già al muro, con la mitragliatrice puntata. "Hanno fatto fuoco e siamo tutte finite indietro, per terra, e poi dietro una porta che non so come si era aperta dietro di noi - ha ricordato tante volte Adele -. Lilia mi teneva la bocca tappata, scivolammo in una botola". Scapparono in quattro, in cinque con la piccola Anna, ancora viva ma ferita, che Cesira tolse dalla braccia della mamma cadavere. Anna e Maria non ce la fecero e morirono pochi giorni dopo.
Tutto si consumò in poche ore quella mattina del 12 agosto. Il paese era diviso in borgate di case sparse. "All'alba arrivarono circa duecento soldati, accompagnati da rinnegati italiani fascisti locali" ricorda Umberto Mancini, presidente dell'associazione dei martiri. "Scesero dai sentieri che in pochi conoscevano, irruppero nelle case, radunarono e incolonnarono le persone, poi cominciarono a sparare con mitragliatrici e lanciafiamme. Fu l'inizio del massacro, consumato con ferocia gratuita".
Iniziarono dalla Valcareccia: con i primi settanta morti. Poi fu la volta dei Franchi. Di casa in casa, senza esclusione. Roberto Beretti, 89 anni e morto pochi giorni fa, della piazza della chiesa dove furono trucidati tanti bambini che pochi giorni prima facevano lì il girotondo ricorda "una grande macchia di sangue e i corpi come carbone". Sua madre riconobbe dalle treccine rosse, risparmiate dalle fiamme, la più piccola delle figlie, tredicenne.
I tedeschi uccisero nonni, padri e madri, figli e nipoti. Uccisero i paesani ma anche gli sfollati appunto, saliti in montagna in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Anna Pardini, l'ultima nata del paese che aveva appena venti giorni, lei che non aveva una foto per ricordarla e fu fotografata da morta, così come appare nella lapide posta su un muro del monumento ossario accanto alla mamma e alla sorella di sedici anni. Uccisero Evelina, che quella mattina aveva le doglie del parto. Uccisero Genny, la madre che prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario (Marsili), scagliò lo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle per distrarlo e non farlo voltare lì dove aveva nascosto il figlio dicendogli di stare zitto e immobile: lo salvò, anche se il piccolo rimase offeso dal fuoco in gran parte del suo corpicino e fu costretto per mesi in ospedale per curarsi. Uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati di risparmiare la sua gente. Uccisero più di un prete. Uccisero gli otto fratellini Tucci con la loro mamma. Uccisero tanti ragazzi e bambini che non avevano ancora sedici anni e che riempiono, con i loro volti, un pannello intero del museo.
Le loro storie vivono In quel museo, che merita davvero una visita, ricco di voci e immagini, e nel monumento in cima al monte, seicento metri e già montagna, che si affaccia sul mare, in quella vela in pietra fitta di nomi con accanto l'età in cui la loro vita improvvisamente fu soffocata. Giorni e mesi spesso, neppure anni.