01/23/2026 | Press release | Distributed by Public on 01/23/2026 06:00
Dopo settimane di escalation, Donald Trump ha provato a ricalibrare il dossier groenlandese sul terreno della negoziazione, escludendo l'uso della forza e presentando l'ipotesi di un accordo come via preferibile per arrivare all'acquisizione dell'isola. Nello stesso passaggio ha ribadito che la motivazione sarebbe "puramente" di sicurezza, non legata ai minerali, e ha accompagnato l'argomento con un linguaggio che resta fortemente conflittuale verso Copenaghen, definita "ingrata" per il ruolo statunitense nella Seconda guerra mondiale. Parallelamente, l'annuncio di un "framework" con la NATO per un'intesa su Groenlandia e Artico ha cercato di collocare la trattativa in una cornice alleata, suggerendo che la posta in gioco non sia solo la sovranità dell'isola, ma la ridefinizione dei confini tra deterrenza, governance artica e coesione transatlantica.
Per ricostruire questa traiettoria senza ridurla a una sequenza di dichiarazioni, è utile riesaminare le vicende di quest'ultimo anno dalla prospettiva dei tre attori coinvolti: Stati Uniti, per capire come la Groenlandia venga incorporata nel lessico di sicurezza nazionale; Unione Europea, per osservare come principi e strumenti di risposta si traducano in una postura politica e, potenzialmente, economica; e infine Groenlandia, dove la pressione esterna si intreccia con vincoli istituzionali, scelte di sviluppo e dinamiche interne. È nell'attrito tra queste tre prospettive, più che in un singolo episodio, che il dossier assume il suo significato strategico.
Per inquadrare le dichiarazioni statunitensi più recenti basta ricordare un dato: una parte rilevante del territorio americano è stata acquisita tramite accordi e transazioni. Come ha ricordato lo stesso Trump a Davos, l'idea che il territorio possa essere oggetto di negoziazione non è quindi estranea alla tradizione statunitense, e questo spiega perché, a Washington, un linguaggio che altrove apparirebbe anomalo, resti politicamente praticabile.
L'interesse per la Groenlandia, inoltre, è storico: nel 1917 gli Stati Uniti riconobbero le rivendicazioni danesi sull'isola; nel 1946 avanzarono una proposta di acquisto poi rientrata; durante la Guerra fredda consolidarono una presenza militare senza trasferimento di sovranità, in particolare con la base di Thule (oggi Pituffik). È anche su questa continuità che le prese di posizione attuali costruiscono la propria coerenza interna, pur scontrandosi con i vincoli del contesto contemporaneo.
La nuova fase si è di fatto aperta il 7 Gennaio 2025, quando Donald Trump, allora presidente eletto, riporta la questione al centro del dibattito pubblico, affermando di non poter escludere strumenti di pressione economica o militare per ottenere la Groenlandia. La stessa data assume un valore aggiuntivo perché coincide con la visita-lampo di Donald Trump Jr. a Nuuk: un gesto che sposta il tema da ricorrenza retorica a segnale politico operativo, percepito localmente come indicatore di una postura più assertiva verso l'Artico.
Nel giro di poche settimane, la cornice si irrigidisce sul piano istituzionale. Il 27 Gennaio 2025 Trump firma l'Executive Order 14186 ("The Iron Dome for America"), collocando la difesa aerea e missilistica al cuore della narrativa strategica; l'iniziativa viene ribattezzata da parte del Dipartimento della Difesa il 24 Febbraio 2025 ("Golden Dome for America") consolidando un lessico che verrà usato per legare difesa continentale, competizione tra grandi potenze e valore strategico dell'Artico. In questo quadro, la Groenlandia smette di apparire come un oggetto politico "separato" e diventa una componente plausibile della postura di sicurezza statunitense.
Il salto comunicativo del 4 Marzo 2025 svolge una funzione di acceleratore: nel discorso a una sessione congiunta del Congresso, Trump si rivolge direttamente alla popolazione groenlandese e ribadisce che gli Stati Uniti otterranno il territorio "in un modo o nell'altro", indipendentemente dalle resistenze locali o danesi. È una frase che opera come test di reazione: non tanto perché produca effetti immediati sul terreno, quanto perché sposta l'asse dalla cooperazione alla necessità strategica. Il passaggio del 28 Marzo 2025, con la visita del vicepresidente JD Vance alla Pituffik Space Base, rafforza ulteriormente questa lettura: la Groenlandia viene rappresentata come nodo operativo dell'Artico e non come semplice "partner" in un'area di interesse condiviso.
Nei mesi successivi l'impostazione viene consolidata più che reinventata, e la nomina di un inviato speciale per la Groenlandia il 22 Dicembre 2025 segnala l'intenzione di trattare il dossier in forma più strutturata, aumentando la percezione di pressione su Copenaghen. Infine, l'inizio del 2026 concentra poi la fase più tesa: il 7 Gennaio 2026 la Casa Bianca chiarisce che "tutte le opzioni sono sul tavolo", pur indicando la diplomazia come prima via; il 14 Gennaio 2026 il vertice di Washington tra JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e i rappresentanti di Danimarca e Groenlandia cristallizza la divergenza, chiudendosi con il riconoscimento di un disaccordo fondamentale sulla sovranità dell'isola. A quel punto la questione non riguarda più soltanto Nuuk e Copenaghen: tocca la credibilità dell'architettura transatlantica.
Sul versante groenlandese, la pressione esterna si innesta su una traiettoria che mira a rafforzare capacità economiche e infrastrutturali. L'apertura dello scalo internazionale di Nuuk il 28 Novembre 2024 è un passaggio rilevante non solo perché migliora la connettività, ma perché rafforza, anche simbolicamente, la proiezione esterna dell'isola.
Quando il 7 Gennaio 2025 Washington rilancia la questione in termini apertamente assertivi, il primo ministro Múte Bourup Egede risponde ribadendo che la Groenlandia appartiene ai groenlandesi e che le scelte sul futuro status politico non possono essere determinate da pressioni esterne. In parallelo, la politica interna prova a ridurre la vulnerabilità sistemica del processo decisionale: la decisione di andare a elezioni anticipate, annunciata il 4 Febbraio 2025, viene giustificata con la necessità di garantire una linea chiara in una fase definita "seria", mentre nello stesso periodo cresce l'attenzione al rischio di interferenze e influenza esterna. Le elezioni dell'11 Marzo 2025 producono un risultato cruciale: la vittoria dei Demokraatit guidati da Jens-Frederik Nielsen. Il successivo consolidamento della coalizione, che matura nelle settimane seguenti e si definisce entro fine marzo, viene letto anche come tentativo di rafforzare la coesione istituzionale in una fase di pressione esterna crescente, evitando che la questione della sovranità si trasformi in un fattore di frammentazione interna.
Il 2025 conferma, inoltre, che la dimensione geoeconomica resta centrale. Il 27 Maggio 2025 Nuuk segnala una preferenza per investimenti statunitensi ed europei nei settori dei minerali critici e delle infrastrutture, lasciando intendere che il perno della strategia non è l'allineamento automatico a un attore, ma la costruzione di opzioni. Sul piano della sicurezza, un indicatore del mutamento di percezione arriva il 10 Dicembre 2025, quando nella valutazione annuale dei rischi su base intelligence del servizio di difesa danese chiamata "UDSYN 2025", gli Stati Uniti vengono inclusi tra i potenziali attori di pressione o di "minaccia ibrida", insieme a Russia e Cina, in relazione alle dinamiche sul dossier groenlandese. È un segnale politico forte: suggerisce che la contesa ha superato i confini di un normale disaccordo tra alleati ed è ormai letta, a Copenaghen e nelle capitali europee, come un problema di tenuta euro-atlantica.
In altre parole, mentre a livello europeo la crisi tende a essere interpretata soprattutto in termini di deterrenza, posture militari e coesione dell'Alleanza, sul terreno groenlandese la pressione esterna produce effetti più sottili e meno lineari. Le dichiarazioni di principio e le iniziative di sicurezza non chiudono la partita: la spostano anche sul piano interno, dove consenso, aspettative economiche e percezioni di rischio diventano variabili decisive.
È in questo spazio, tra sovranità formale e sostenibilità materiale delle scelte future, che vale la pena osservare come la popolazione dell'isola stia rielaborando il dibattito. Spesso descritta come compatta nel rifiuto dell'annessione, la società groenlandese presenta in realtà sfumature più complesse. Se l'opposizione all'idea di diventare parte degli Stati Uniti è ampia, una parte della popolazione appare più interessata alle prospettive economiche che alla bandiera. A Nuuk le opinioni oscillano tra chi desidera mantenere lo status quo con la Danimarca e chi guarda con curiosità a una maggiore integrazione sotto un "ombrello" occidentale più ampio. Ciò che accomuna queste posizioni non è l'entusiasmo per l'annessione, ma la ricerca di maggiore autonomia decisionale e di una traiettoria economica sostenibile.
Pur non essendo la Groenlandia parte dell'Unione, l'escalation del dossier nel 2025-2026 spinge Bruxelles a trattarlo come una questione che tocca direttamente l'integrità territoriale di uno Stato membro (la Danimarca) e, più in generale, la credibilità dell'ordine internazionale e dei rapporti transatlantici. Ne deriva una linea che si muove su due piani: riaffermazione dei principi e predisposizione, almeno come deterrenza, di strumenti di risposta.
Già il 27 Gennaio 2025, l'Alta rappresentante Kaja Kallas chiarisce che l'Unione "non sta negoziando" sulla Groenlandia. La Commissione ribadisce pubblicamente la posizione di principio il 24 Marzo 2025, richiamando sostegno a Copenaghen e difesa dei capisaldi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere. Il punto di svolta politico arriva a fine anno: il 22 Dicembre 2025, dopo la nomina statunitense di un inviato speciale, Ursula von der Leyen e António Costa sottolineano la "piena solidarietà " dell'UE con Danimarca e popolazione groenlandese, ancorando la reazione europea al diritto internazionale.
Con l'accelerazione della prima settimana del 2026 si consolida la postura di "chiusura del perimetro". Il 6 Gennaio 2026 una dichiarazione congiunta firmata dai leader di Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna, Regno Unito e Danimarca ribadisce che "Greenland belongs to its people" e che le questioni dell'isola non possono essere decise dall'esterno; il 7 Gennaio 2026, intervenendo a Nicosia, António Costa irrigidisce ulteriormente la cornice normativa; l'8 Gennaio 2026 Kallas aggiunge che l'UE ha discusso possibili risposte qualora la minaccia statunitense dovesse essere considerata "reale".
Il 14 Gennaio 2026, mentre il vertice di Washington si chiude senza un cambio di posizioni, la Svezia annuncia l'invio di ufficiali delle proprie forze armate in Groenlandia su richiesta danese; il 15 Gennaio 2026 la risposta entra in una fase più operativa, con attività militari congiunte e iniziative di rafforzamento della presenza e dell'integrazione nell'Artico, sullo sfondo di avvertimenti espliciti circa l'impatto che un'azione unilaterale statunitense avrebbe sulla coesione dell'Alleanza Atlantica.
La fase più delicata si apre quando la tensione si sposta dal piano politico a quello economico. Sabato 17 Gennaio 2026, Trump annuncia dazi del 10% (da Febbraio 2026) su merci provenienti da Paesi europei, con possibile aumento al 25% dal 1 Giugno 2026, legando esplicitamente la misura all'opposizione europea sull'acquisto della Groenlandia. Il 18 Gennaio 2026 emergono due dinamiche parallele: da un lato una dichiarazione congiunta di Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito, che collega direttamente la postura di deterrenza (inclusa l'esercitazione danese "Arctic Endurance") alla sicurezza dell'Artico e definisce le minacce tariffarie un fattore che rischia di innescare una "dangerous downward spiral"; dall'altro consultazioni a Bruxelles su possibili contromisure, con l'orizzonte dello Strumento anti-coercizione. DIventa così centrale proprio questo documento, introdotto con il Regolamento UE 2023/2675 ed entrato in vigore il 27 Dicembre 2023, con l'obiettivo di poter reagire quando un Paese terzo tenta di influenzare scelte sovrane attraverso misure che colpiscono commercio e investimenti. Già il 19 Gennaio 2026, la discussione interna all'UE appare orientata a un equilibrio complesso: de-escalation come preferenza, ma risposta coordinata come necessità.
Se l'interesse statunitense fosse motivato principalmente da considerazioni di sicurezza nazionale in Artico, sorgerebbe una domanda inevitabile: perché l'attenzione politica e mediatica si concentra quasi esclusivamente sull'Atlantico artico e non sul versante pacifico dell'"alto nord"? Lo Stretto di Bering resta uno dei punti di contatto più sensibili tra Stati Uniti e Russia: le isole Diomede, Big Diomede russa e Little Diomede statunitense, distano meno di quattro chilometri e segnano un confine geopolitico e militare ad alta intensità simbolica. Negli ultimi anni attività militari russe nell'area hanno più volte costretto l'aeronautica statunitense a decolli di intercettazione, a conferma di una tensione persistente.
Eppure questo fronte è quasi assente nel dibattito che circonda le dichiarazioni sull'"indispensabilità" della Groenlandia. La discrepanza suggerisce che la sicurezza, pur rilevante, non esaurisce la spiegazione. A differenza dello Stretto di Bering, già fortemente militarizzato e privo di reali margini di trasformazione economica, la Groenlandia offre spazio politico negoziabile, risorse ancora in gran parte inesplorate e la possibilità di influenzare, attraverso investimenti e accordi, l'orientamento strategico di un territorio autonomo ma non sovrano. Se il Pacifico artico è una linea di frizione già definita, la Groenlandia è un campo di manovra geoeconomico e politico molto più ampio.
A questo punto, la molteplicità di segnali può essere ricondotta ad alcuni elementi chiave. Primo: l'interesse statunitense per la Groenlandia non è episodico, ma si inserisce in una traiettoria di lungo periodo che oggi si intensifica alla luce delle trasformazioni dell'Artico. Secondo: l'attenzione internazionale non si traduce automaticamente in sviluppo economico né in un riallineamento politico dell'isola; molti progetti restano condizionati da vincoli strutturali, ambientali, infrastrutturali e politici. Terzo: il margine di manovra della Groenlandia dipenderà dalla sua capacità di selezionare partner, tempi e modalità di apertura, trasformando la competizione esterna in opportunità senza cedere il controllo delle leve interne.
La Groenlandia non è oggi al centro di un processo lineare di acquisizione territoriale, ma di una convergenza di interessi eterogenei: esigenze di sicurezza, strategie di approvvigionamento, iniziative economiche e proiezioni politiche che si sovrappongono nello spazio artico. Rispetto al passato, tuttavia, il territorio non è più soltanto oggetto di rappresentazioni esterne: le istituzioni locali dispongono di strumenti politici e di margini, seppur limitati, per orientare le scelte che le riguardano.