Università Cattolica del Sacro Cuore

01/19/2026 | News release | Distributed by Public on 01/19/2026 10:03

Economia e pace: non solo una meta, ma un cammino da costruire

«Dove passano gli eserciti non passano le merci». Il detto richiamato da don Nazario Costante restituisce con immediatezza il senso del convegno "Quale economia come via della pace?", promosso dal Servizio diocesano per la Pastorale sociale e del lavoro e svoltosi il 16 gennaio - nel mese che la Chiesa dedica alla pace - nei nuovi spazi dell'Università Cattolica, ricavati dall'ex caserma Garibaldi. Un luogo simbolico, trasformato da spazio militare a spazio di formazione, che ben racconta il filo rosso dell'incontro: la pace come processo, non come slogan.

Non si è trattato, infatti, di interrogarsi astrattamente sul rapporto tra economia e pace, ma di capire quale economia possa davvero diventare strumento di convivenza, giustizia e futuro. Per don Costante il primo passo è un cambio di prospettiva: «la pace non è solo una meta da raggiungere, quasi che il fine giustifichi i mezzi, ma è la via stessa». Anche l'economia, quindi, è chiamata a misurarsi sulle modalità con cui costruisce relazioni, orienta decisioni politiche e genera scelte concrete. Una pace viva, ha sottolineato, nasce da dialogo, cooperazione e democrazia, dal riconoscimento dell'altro come interlocutore e non come avversario, da un tempo "generativo" capace di creare futuro. In questo orizzonte, l'accumulo di armamenti è un investimento sul futuro sbagliato.

Il saluto iniziale, a nome del rettore Elena Beccalli, è stato affidato alla prorettrice vicaria Anna Maria Fellegara, che ha posto alcune domande decisive: a chi serve l'economia, quale visione dell'uomo intende soddisfare, può davvero produrre pace? «Un'economia che tutela il lavoro come espressione della dignità umana e considera le risorse come patrimonio comune da custodire è già, in sé, una forma di costruzione della pace». Da qui anche la responsabilità dell'Università Cattolica come comunità accademica: promuovere un pensiero economico capace di trasformare l'interesse individuale in bene comune e di leggere la cooperazione come chiave di sviluppo, evitando che l'economia diventi fattore di conflitto.

Su questo piano si è collocato l'intervento di Giorgio Gobbi, direttore della sede milanese della Banca d'Italia, che ha messo al centro il ruolo delle istituzioni. Ripercorrendo la genesi dell'Unione Europea, Gobbi ha ricordato come l'integrazione economica sia nata proprio per scongiurare il ritorno dei conflitti, attraverso la creazione di regole condivise e vincolanti. «L'economia in sé non ha bisogno delle istituzioni - ha osservato - ma un'economia di pace sì». Costruirla significa accettare processi decisionali lenti e complessi, capaci di tenere insieme interessi diversi e di armonizzarli in soluzioni comuni. «La condivisione della sovranità, ha aggiunto, è faticosa, ma l'alternativa - il potere concentrato nelle mani di pochi - non ha mai prodotto pace».

Nel suo intervento l'arcivescovo Mario Delpini ha definito la guerra «un disastro economico e umano». L'investimento sugli armamenti, giustificato in nome della deterrenza, è una devastazione programmata che produce solo distruzione e desolazione. Le motivazioni addotte per giustificare i conflitti - dal paese ricco che depreda il povero a quello che pretende di esportare la propria civiltà - restano, nelle parole dell'arcivescovo, «giustificazioni folli». Se è vero che esiste il diritto alla difesa, è altrettanto vero che la guerra resta sempre un fallimento della politica e una ferita profonda per l'umanità. Da qui la necessità di distinguere: non ogni crescita economica è via della pace. Un modello fondato sull'accumulazione delle risorse e sull'ampliarsi dei divari alimenta risentimenti e conflitti. L'Europa stessa porta il peso storico del colonialismo, che continua a interrogare la coscienza collettiva. «Per questo - ha sottolineato l'arcivescovo - un'economia di pace deve cercare la giustizia anche sul piano economico e convertirsi da economia delle risorse a economia del lavoro, in cui la ricchezza è data dalle relazioni, dalla partecipazione e dall'interazione tra persone, imprese e nazioni». L'esperienza lombarda della cooperazione e della finanza solidale mostra come il benessere diffuso sia spesso frutto di modelli più cooperativi che puramente finanziari. L'invito finale è stato chiaro: costruire una politica come via della pace e formare, anche in Università, persone prima ancora che professionisti.

Uno sguardo storico e teorico è stato offerto da Raul Caruso, docente di Politica economica e direttore del Centro europeo di scienza della pace, che ha ricordato come l'economia della pace affondi le sue radici nella teologia francescana del XIII secolo. Il dibattito sull'usura portò allora a riconoscere che il credito è legittimo solo se sostiene attività capaci di creare valore per chi le svolge e per l'intera società. Un'intuizione ancora attuale: non tutte le attività economiche sono uguali, e ridurre l'economia a una semplice somma di profitti significa perdere il senso del tempo e delle conseguenze. «La pace - ha concluso Caruso - deve diventare un obiettivo esplicito delle scelte razionali in economia, soprattutto in un contesto dominato dai tempi brevi dei mercati finanziari».

Nel dibattito finale, con imprenditori e rappresentanti delle associazioni della Scuola di Pace, sono emerse esperienze "sul campo" che hanno riportato il discorso alla concretezza. Sono intervenuti Massimiliano Riva, referente della Fondazione Centesimus Annus di Milano, Andrea Dellabianca, presidente della Compagnia delle Opere, Sabino Illuzzi, presidente di Prospera Progetto Speranza, Franco Agosti, per UCID Lombardia, e padre Gonzalo Monzón, referente dei Circuiti culturali Giovanni Paolo II. Le loro testimonianze hanno mostrato come la pace si costruisca insieme e parta da un "io" che si mette in gioco, prendendo sul serio la propria vocazione, creando opportunità di crescita e investendo sulle nuove generazioni. È emersa l'esigenza di una finanza davvero a servizio dell'uomo, del fattore umano come ponte tra economia e pace e della responsabilità di essere cristiani anche nei luoghi decisionali dell'impresa, nei consigli di amministrazione e nelle scelte quotidiane. Semi di un'economia che, senza clamori, prova ogni giorno a generare pace partendo dal basso.

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