Università Cattolica del Sacro Cuore

05/07/2026 | News release | Distributed by Public on 05/07/2026 03:52

La pace disarmata e disarmante. Il Papa e la ‘sua’ America

Leone XIV e la pace 'disarmata e disarmante'

di Raul Caruso
Professore ordinario nella Facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere. Insegna Economia della pace ed è direttore dell'International Peace Science Center di Ateneo.

La prospettiva di Papa Leone sulla pace "disarmata e disarmante" emerge con chiarezza nel suo primo messaggio per la Giornata mondiale della pace. Il richiamo alla Pacem in terris di Giovanni XXIII evidenzia un punto spesso sottovalutato: il perseguimento della pace è, anzitutto, un atto razionale. In termini politici, la priorità è il disarmo, poiché come afferma l'enciclica, esso è un obiettivo "…reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità...". Questo riferimento colloca Papa Leone in una posizione nettamente dissonante rispetto al riarmo oggi promosso da molti capi di Stato e rende il disarmo una questione non solo cruciale ma prioritaria. La pace è sicuramente un concetto multidimensionale, ma non potrà mai realizzarsi compiutamente finché gli strumenti della violenza, fattuale o potenziale, saranno largamente disponibili ai governi. La riduzione degli arsenali e il disarmo diventano quindi condizioni preliminari. Ciò è ancora più vero in una fase storica in cui la tecnologia accresce la sicumera di chi sostiene politiche aggressive rendendo più elevato il rischio di nuovi conflitti. Papa Leone indica dunque un percorso semplice, deciso e potente: perseguire il disarmo e creare luoghi di dialogo nei quali comporre interessi divergenti. In questo senso, egli è decisamente fuori dal coro: rifiuta la deterrenza e il negoziato basato sulla forza come principi guida delle relazioni internazionali. Propone invece una politica concreta e praticabile: il disarmo.


Leone XIV: un anno di pontificato visto dagli USA

di Gianluca Pastori
Professore associato nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali. Nel campus di Milano insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l'Europa e International History e, in quello di Brescia Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali

L'elezione di Robert Francis Prevost era stata accolta con qualche perplessità da quanti temevano che l'arrivo di un cardinale statunitense al soglio pontificio potesse tradursi in un ritorno al passato, soprattutto dopo un'esperienza dagli impatti profondi come quella di Papa Francesco. La seconda amministrazione Trump si era insediata da pochi mesi e aveva già messo in mostra i suoi tratti 'muscolari', particolarmente evidenti nelle parole e nelle azioni del convertito cattolico J.D. Vance. Su questo sfondo, il timore era che la scelta di un 'Papa americano' potesse portare acqua al mulino di un conservatorismo in linea con la Casa Bianca e influente fra i fedeli e le gerarchie.

Il primo anno di pontificato di Leone XIV ha sgomberato il campo da questo timore. Il rapporto fra Washington e il pontefice è stato decisamente problematico e segnato da più di un momento di tensione, sia sui temi della politica internazionale, sia su quelli della politica interna, primo fra tutti l'immigrazione. Gli attacchi totalmente irrituali del presidente e del vicepresidente sui temi della lotta al crimine e della guerra contro l'Iran hanno segnato il culmine di questa tensione, mettendo in luce le difficoltà che - al di là delle dichiarazioni ufficiali - la Casa Bianca incontra nel dialogare con le diverse anime del mondo cattolico statunitense.

Queste difficoltà non sono emerse solo riguardo al pontefice, ma, più in generale, a tutto un episcopato che - dopo l'elezione di Prevost e l'insediamento di Trump - sembra aver riallineato le proprie posizioni e trovato nuova compattezza. Anche figure considerate vicine alla Casa Bianca, come il vescovo emerito di Tyler, Joseph Strickland, negli ultimi mesi se ne sono distanziate più o meno apertamente. La diffusa percezione di una deriva radicale dell'amministrazione e le ambizioni autoritarie del presidente hanno alimentato questo processo, che ha portato i vertici cattolici statunitensi a convergere su posizioni critiche nei confronti di molte delle politiche attuali.

Per i fedeli a stelle e strisce è una sfida importante, anche alla luce di quella che è stata spesso considerata la loro 'doppia fedeltà'. Nelle elezioni del 2024, Donald Trump ha ottenuto circa il 55% dei voti dei cattolici, contro il 43% di Kamala Harris. Almeno una parte di questi voti appare oggi in libera uscita, ma il significato di questo sganciamento non va sopravvalutato. Nulla nei sondaggi conferma un possibile legame fra l'autorità morale che i cattolici statunitensi riconoscono a Papa Leone e il loro comportamento di voto, soprattutto da quando molti di loro ricoprono ruoli di rilievo nella vita pubblica al di là della loro appartenenza partitica.

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Nel campus di Milano insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l'Europa e International History e, in quello di Brescia Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali

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