Università Cattolica del Sacro Cuore

03/12/2026 | News release | Distributed by Public on 03/12/2026 09:47

'Il dito di Dio'

Letture: Ger 7,23-28; Sal. 94; Lc 11,14-23

Abbiamo ascoltato dal Vangelo un dialogo teso e di non facile comprensione tra Gesù e la folla. Di fronte alle interpretazioni strumentali che la gente faceva dei suoi miracoli, Gesù ne approfitta per annunciare che il Regno di Dio è davvero in mezzo a loro. Non servono altri segni e non è certo lui il capo dei demoni perché il vero segno è la sua persona che salva e guarisce in nome di Dio. Possiamo allora soffermarci sull'espressione che sintetizza l'insegnamento di Gesù: «Se io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio». L'espressione «il dito di Dio» è particolarmente suggestiva e la possiamo comprendere nel suo significato più profondo solo collegandola con le sue radici bibliche a cui Gesù certamente allude e che erano familiari per gli ebrei che lo ascoltavano.

Il primo riferimento è quello che riguarda l'opera della creazione come affermato dal Salmo 8: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato» (Sal 8,4). Dio è l'artefice della creazione e compone tutto con grande armonia avendo come modello una sapienza ordinatrice da cui tutto promana. Questa sapienza è Gesù stesso come ricordato da San Paolo nell'inno che troviamo all'inizio della lettera ai Colossesi «Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili» (Col 1,15-16; cfr. anche Ef 1,3-6). Se tutto è stato creato ad immagine di Gesù Cristo è chiaro che tutto lui può rigenerare e riportare alla bellezza originaria. Per questo i segni di guarigione, da lui operati, sono la testimonianza credibile che il regno di Dio è davvero in mezzo a noi.

Il secondo riferimento ancora più esplicito è all'opera della liberazione dalla schiavitù in Egitto e al dono della legge. Qui l'espressione «il dito di Dio» viene utilizzata per indicare la potenza liberatrice e i prodigi che il Signore compie a favore del suo popolo di fronte ai quali gli egiziani restano stupiti: «Allora i maghi dissero al faraone: È il dito di Dio!» (Es 8,15). Ancora più rilevante in questo contesto è quanto accade sul monte Sinai dove il Signore dona a Mosè le tavole dell'alleanza contenenti le "dieci parole", scritte da Dio stesso su tavole di pietra con il suo dito: «Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio» (Es 31,18; cfr. anche 32,15-16; Dt 9,19; Dt 10,1-5).

Un terzo riferimento illuminante lo troviamo nei profeti. Geremia evidenzia che la legge diviene ancora più efficace quando Dio la scrive direttamente nei cuori: «Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo» (Ger 31,31-33). E ancora, nel libro del profeta Daniele il dito di Dio viene presentato come strumento della sua giustizia: «Apparvero le dita di una mano d'uomo, che si misero a scrivere sull'intonaco della parete del palazzo reale, di fronte al candelabro, e il re vide il palmo di quella mano che scriveva» (Dn 5,5). È Dio che scrive la storia e in Gesù Cristo il disegno di Dio si fa evidente e interpella ogni creatura. A rendere ancora più chiaro questo parallelismo ci pensa l'evangelista Matteo che nel passo parallelo sostituisce «dito di Dio» con la frase in "in virtù dello Spirito di Dio", operando un'equivalenza tra il simbolo del dito e lo Spirito Santo (Mt 12,28).

Potremmo, da ultimo, citare anche il fatto singolare che Gesù non ha lasciato nulla di scritto, ma con il suo dito ha tracciato sulla terra il segno indelebile della sua misericordia nei confronti dell'adultera e di tutti noi. Gli dicevano gli scribi e i farisei: «Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?". Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei". E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra» (Gv 1-11).

Il «dito di Dio», la cui rilevanza simbolica e teologica è quanto mai evidente, come anche richiamato nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 700), continua ad operare in mezzo a noi con non minor efficacia. Il nostro Ateneo è certamente, e in modo inequivocabile, opera del «dito di Dio» di cui si sono fatti interpreti i nostri fondatori e tutti coloro che hanno collaborato al suo sviluppo fino ai nostri gironi. Così il «dito di Dio» continua ad operare ancora oggi attraverso tutti noi, in ciascuno secondo le proprie responsabilità e competenze. Il «dito di Dio» è all'opera anche ora mentre siamo qui nella sede di Piacenza per celebrare il Dies academicus. E che cosa è un Dies per noi, Ateneo dei cattolici italiani, se non la presa di coscienza che il «dito di Dio» continua ad operare prodigi e fare miracoli. Vivremo tutto questo con gli atti propri dell'accademia ma sempre nella consapevolezza che tutto quello che facciamo e progettiamo è riflesso della bontà divina. Il «dito di Dio» si serve delle dita di ciascuno di noi per continuare a tracciare la sua opera educativa nel cuore degli studenti, grazie alla passione formativa dei docenti e alla collaborazione preziosa del personale tecnico amministrativo.

In questo momento sentiamo soprattutto l'urgenza di scrivere parole di pace e di riconciliazione. Gli atenei possono fare molto, come ha ricordato Papa Leone XIV nei giorni scorsi in un messaggio inviato alla Loyola University di Chicago: «La pace è un cammino di riconciliazione costante con Dio, con noi stessi, con gli altri e con il creato. In questo spirito, siamo chiamati a promuovere una cultura di riconciliazione capace di vincere la globalizzazione dell'impotenza, che ci tenta a credere che un'era libera da conflitti sia irraggiungibile» (2 marzo 2026). Il nostro lavoro sul dialogo tra le generazioni, che è il tema su cui stiamo riflettendo in questo anno accademico, grazie alle indicazioni e alle sollecitazioni del Magnifico Rettore, prof.ssa Elena Beccalli, ci consente di rafforzare processi di pacificazione sociale e di tracciare percorsi di collaborazione e di sempre maggiore sinergia, nella reciproca valorizzazione, tra giovani, adulti e anziani, in un mondo soggiogato dalla logica individualista che si va frantumando e che contrappone popoli, comunità e generazioni.

Questo, credo, debba essere il nostro stile di cattolici impegnati, determinati e coraggiosi, capaci di non arrenderci e di non cedere alla logica dell'indifferenza e dell'impotenza, continuando ad essere generatori di speranza come abbiamo fatto soprattutto nello scorso anno sotto la spinta del cammino giubilare. Con il «dito di Dio», ossia sotto la guida del Signore e del suo vangelo, vogliamo continuare a scrivere pagine di speranza per il presente e per il futuro. Come ci ha ricordato Papa Leone nella lettera per i 60 anni della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis: «L'educazione cattolica può essere faro: non rifugio nostalgico, ma laboratorio di discernimento, innovazione pedagogica e testimonianza profetica. Disegnare nuove mappe di speranza: è questa l'urgenza del mandato. Chiedo alle comunità educative: disarmate le parole, alzate lo sguardo, custodite il cuore»…Per questo, se vogliamo disegnare con il «dito di Dio» nuove mappe di speranza, «il compito oggi è osare un umanesimo integrale che abiti le domande del nostro tempo senza smarrire la sorgente» (Disegnare nuove mappe di speranza, 11,1-2; 6,2). Potrà esserci di grande utilità in questa prospettiva il documento pubblicato nei giorni scorsi della Commissione Teologica Internazionale dal titolo "Quo Vadis Humanitas" in cui si affrontano le grandi sfide del nostro tempo a partire proprio dalla perdita dell'orizzonte valoriale tracciato dal «dito di Dio» nel cuore di ogni creatura.

Nutriti dalla parola di Dio e sostenuti dal pane eucaristico, guardiamo con fiducia alle opportunità e potenzialità dello scambio generazionale anche sotto il profilo alimentare e culinario, visto che oggi saremo allietati dalla presenza e dalla testimonianza dello chef Carlo Cracco. Del resto, anche il contributo dell'arte culinaria è quanto mai prezioso, ben sapendo che la meta del cammino cristiano si compie nello scenario di un grande banchetto, come descritto dal profeta Isaia: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (Isaia 25,6). Incoraggiati da questa prospettiva biblica-culinaria ci auguriamo che, guidati dal «dito di Dio», possa essere per tutta la comunità accademica un anno di grazia e di vera crescita culturale, umana e spirituale.

Amen.

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