ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

01/23/2026 | Press release | Distributed by Public on 01/23/2026 10:41

Da Davos ad Abu Dhabi: una crisi da non sprecare

Donald Trump ha lasciato ormai il continente europeo da diverse ore, dopo il suo intervento a Davos, ma la sensazione che un tornado abbia investito il vecchio continente non si è ancora attenuata. Alla fine, contrariamente alle più fosche previsioni, la rottura sulla Groenlandia non si è consumata, e la visita, nel complesso, ha riservato meno amarezze del previsto. Eppure - incarnata dal Board of Peace presentato ieri al World Economic Forum - una nuova realtà si è imposta, a cui gli europei sono chiamati ad adattarsi: la fiducia negli Stati Uniti è rotta. Anche se il presidente Usa ha rinunciato, almeno per ora, almeno a parole, ai suoi sogni di annessione della Groenlandia e alle sanzioni contro gli otto paesi europei che avevano inviato truppe sull'isola artica, non è detto che non ci ripensi. E poi non è chiaro cosa si aspetti da quel 'deal' raggiunto al termine di un colloquio a porte chiuse con il Segretario generale della Nato Mark Rutte a cui la Danimarca fa sapere di non aver concesso "alcun mandato" per negoziare a suo nome. Il rischio è che il presidente americano metta nuovamente alla prova l'unità europea. Ieri Trump ha minacciato "pesanti ritorsioni" se i paesi europei iniziassero a vendere titoli del debito americano per fare pressione sugli Stati Uniti. Un fondo pensione danese e uno svedese hanno annunciato la loro decisione di ridurre fortemente l'esposizione ai titoli del Tesoro americano, citando "l'imprevedibilità della politica statunitense".

La sferzata di Zelensky?

Ieri sera, all'arrivo a Bruxelles per il vertice straordinario convocato dal presidente Antonio Costa, il clima era comunque più sereno rispetto alla vigilia. La minaccia europea di rispondere ai dazi colpo su colpo e di attivare, magari, lo Strumento anti-coercizione sembra aver fatto tornare il tycoon sui suoi passi. E tra i 27 è cominciato a serpeggiare il sentimento di uno scampato pericolo. A riportarli alla realtà ci ha pensato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che nel suo discorso da Davos ha sferzato duramente l'Europa. "Invece di diventare una vera potenza globale - ha detto - l'Europa resta "un magnifico ma frammentato caleidoscopio di piccole e medie potenze. Invece di guidare la difesa della libertà nel mondo, soprattutto quando l'attenzione americana si sposta altrove, l'Europa appare disorientata, occupata a cercare di convincere il presidente degli Stati Uniti a cambiare idea. Ma non la cambierà". Zelensky ha insistito sul fatto che l'Europa sta mancando l'appuntamento con la storia. "Molti dicono: 'Dobbiamo restare forti', aspettando che qualcun altro decida per quanto tempo. Preferibilmente fino alle prossime elezioni. Ma una grande potenza non si comporta così". Le sue parole - in un momento in cui di fatto il continente è l'unico finanziatore della difesa ucraina - possono sembrare ingenerose e hanno suscitato incredulità e sdegno in alcuni, ma toccano i nervi scoperti dell'Ue, tracciando una dolorosa lista delle sue mancanze.

Negoziati a tre, senza l'Ue?

È in questo contesto che si terrà stasera un vertice a tre - Usa, Russia e Ucraina - ad Abu Dhabi. Secondo indiscrezioni non confermate, rappresentanti russi e ucraini potrebbero riunirsi allo stesso tavolo per la prima volta dall'inizio del conflitto. Annunciato ieri da Zelensky, l'incontro vede ancora una volta l'Unione europea estromessa dalle trattative. Ciononostante, in una nota vocale inviata ai giornalisti venerdì, Zelensky ha affermato che il vertice segna "un passo avanti. Se Dio vuole, potrebbe assumere varie forme prima della fine della guerra, ma è un passo avanti: non resteremo fermi". Il presidente ha confermato che "la questione del Donbass è fondamentale", mentre Mosca insiste sul fatto che non porrà fine alla guerra a meno che Kiev non faccia significative concessioni territoriali. La regione orientale, di cui al momento le forze russe controllano quasi il 90%, è teatro di scontri da anni. Kiev si rifiuta di ritirare le sue truppe dalle zone del territorio che i russi non hanno conquistato. Venerdì, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato ai giornalisti: "La posizione della Russia è nota: l'Ucraina e le forze armate ucraine devono lasciare il Donbass".

Il rischio di 'sprecare' la crisi?

Mentre permangono dubbi sulla reale volontà di Mosca di raggiungere un accordo, Trump ha affermato di credere che Zelensky e Putin vogliano entrambi porre fine alla guerra. Interpellato da un giornalista a bordo dell'Air Force One, di ritorno a Washington dopo la tappa europea, il presidente americano ha però ammesso tutte le ambiguità del momento: "Ci sono stati momenti in cui Putin non voleva raggiungere un accordo. Momenti in cui Zelensky non voleva raggiungere un accordo. E momenti opposti. Ora penso che entrambi vogliano raggiungere un accordo. Lo scopriremo". Mentre si preparavano al vertice di Bruxelles, diplomatici e funzionari europei si ponevano le stesse domande. Chiedendosi anche quanto gli Stati Uniti forzeranno la mano al leader ucraino perché accetti un accordo 'a tutti i costi'. Gli eventi delle ultime settimane suggeriscono che la cosa più saggia, per evitare brutte sorprese, sia quella di tenere alta la guardia, smarcandosi dalla dipendenza americana, puntando a una maggiore autonomia strategica. Ma c'è chi teme che, con la marcia indietro di Trump e una soluzione alla crisi della Groenlandia in vista, i leader europei possano perdere la concentrazione che avevano trovato la scorsa settimana sulla necessità di un cambiamento. Per usare una frase spesso attribuita a Churchill - osserva Politico - il rischio è che l'Europa "lasci che una buona crisi vada sprecata".

Il commento

Di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI

"Cosa ha spinto Zelensky a pronunciare un discorso così duro contro il principale sostenitore economico e militare dell'Ucraina, cioè l'Unione europea? La frustrazione, certo: non è la prima volta che il leader ucraino ricorre a parole aspre contro l'immobilismo e l'indecisione dell'UE. Ma è probabile che Zelensky stesse anche facendo ricorso alla consueta strategia di compiacere il presidente statunitense, anche a scapito dell'Unione europea, alla vigilia dell'incontro trilaterale tra le delegazioni russa, americana e ucraina. Del resto, l'Ue è un alleato prevedibile, che difficilmente modificherà il proprio sostegno a Kiev in risposta a un discorso; lo stesso non si può dire di Trump".

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