06/17/2026 | News release | Distributed by Public on 06/17/2026 03:50
Dove colpirà più duramente la siccità? Quali colture sono più vulnerabili agli eventi climatici estremi? E come è possibile ridurre le perdite agricole in un mondo sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico? A queste domande risponde uno studio del Politecnico e dell'Università del Delaware, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Communications, che propone un nuovo quadro metodologico per valutare la vulnerabilità delle principali colture agricole alla siccità su scala globale e individuare le aree del pianeta più esposte al rischio di perdite produttive.
Dagli anni Sessanta a oggi la produzione alimentare mondiale è triplicata, sostenuta principalmente da poche colture ad alta resa, come riso, mais e frumento. Questa crescente specializzazione ha però reso molti sistemi agricoli meno diversificati e, in alcuni casi, meno resilienti alle variazioni climatiche. Garantire la sicurezza alimentare globale significa quindi non solo aumentare la produzione e ridurne gli impatti ambientali, ma anche assicurare che le colture siano in grado di resistere a fenomeni sempre più frequenti e intensi, come la siccità .
Nonostante decenni di studi sul rapporto tra clima e agricoltura, mancava finora una valutazione dettagliata della sensibilità delle diverse colture alla siccità nelle specifiche aree di coltivazione del pianeta. Per colmare questa lacuna, Marta Tuninetti del Politecnico e Kyle Davis dell'Università del Delaware hanno sviluppato nuove metriche in grado di misurare, con elevato dettaglio spaziale, quanto specifiche colture risultino influenzate da condizioni di scarsità idrica o temperature elevate nei diversi contesti geografici.
Gli autori dello studio hanno quindi analizzato 17 tra le principali colture alimentari mondiali - tra cui riso, mais, frumento e soia - che rappresentano complessivamente circa tre quarti della produzione agricola globale, quantificando i modelli di sensibilità alla siccità e le perdite produttive ad essa associate.
Uno dei risultati più rilevanti riguarda il diverso comportamento delle colture irrigue e non irrigue - rispettivamente coltivazioni che richiedono apporti artificiali di acqua e coltivazioni che dipendono esclusivamente dalle precipitazioni naturali. Durante i periodi di siccità, infatti, le colture irrigue possono continuare a ricevere acqua attraverso sistemi di irrigazione, mantenendo stabili le rese o addirittura aumentandole. Le colture che dipendono esclusivamente dalle precipitazioni risultano invece molto più vulnerabili agli eventi climatici estremi.
"Nonostante l'ampia letteratura sul rapporto tra siccità e agricoltura, fino ad oggi mancava una comprensione dettagliata di quali colture risultino più sensibili alla siccità nei diversi territori del pianeta - spiega Marta Tuninetti, ricercatrice del Dipartimento di Ingegneria dell'Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture-DIATI e prima autrice dello studio - Prendiamo ad esempio le cosiddette colture monsoniche, come il mais o il miglio: il nostro studio dimostra che, combinando due strategie - l'espansione dell'irrigazione, dove sostenibile, cioè senza ulteriore abbassamento delle falde acquifere, e la sostituzione di alcune colture con specie più resistenti - sarebbe possibile ridurre di oltre il 60% le perdite produttive durante gli eventi climatici estremi e, al tempo stesso, aumentare la resa media del 14%".
Lo studio ha inoltre identificato una serie di aree particolarmente vulnerabili, definite hotspot di sensibilità alla siccità , dove le condizioni climatiche e le caratteristiche delle colture coltivate si combinano amplificando il rischio di perdite agricole. Tra queste figurano alcune regioni del Midwest statunitense, del Brasile orientale, della Spagna orientale e dell'India centrale e settentrionale.
L'individuazione di questi hotspot offre uno strumento concreto per orientare le politiche agricole e gli investimenti pubblici. Governi, organizzazioni internazionali e agenzie di sviluppo possono infatti utilizzare queste informazioni per individuare le aree in cui gli interventi di adattamento climatico risultano più urgenti ed efficaci, concentrando le risorse dove è possibile ridurre maggiormente gli impatti e le perdite di produzione agricola legate alla siccità.
"I ricercatori e i decisori potranno utilizzare queste informazioni per testare diverse soluzioni su ampia scala e stimarne il beneficio - concludono i due autori dello studio - Si tratta di un quadro metodologico scalabile che consente di orientare in modo proattivo azioni di mitigazione e investimenti, con l'obiettivo di stabilizzare e aumentare l'offerta agricola globale e sviluppare strategie attente alle esigenze di una specifica popolazione e di un determinato luogo".