11/02/2026 | Press release | Distributed by Public on 11/02/2026 03:01
Nell'ormai lontano dicembre 2020 il mondo scoprì che Solarwinds, il software di monitoraggio IT usato da migliaia di aziende, era stato compromesso alla fonte: gli attaccanti avevano infatti inserito una backdoor direttamente negli aggiornamenti software, distribuita poi a circa 18 mila clienti.
Un anno dopo fu la volta di Log4Shell. Una vulnerabilità critica in Log4j, una libreria di logging usata praticamente ovunque (da Apple ai software di grandi gruppi bancari), permetteva di eseguire codice da remoto su milioni di server con una stringa di testo. E nello stesso periodo l'attacco a Kaseya, fornitore di software di gestione IT usato dagli MSP, sfruttò il suo stesso meccanismo di aggiornamento per distribuire ransomware a cascata, colpendo fino a 1.500 aziende clienti finali in un colpo solo.
Con gli esempi si potrebbe andare avanti a lungo. Il minimo comun denominatore di tutti questi episodi è che nessuno ha colpito l'obiettivo finale in modo diretto, ma hanno tutti sfruttato la fiduciache le aziende ripongono nei loro fornitori di software, nelle librerie e negli strumenti di terze parti che lo compongono.
Da qui nasce il concetto di software supply chain e, soprattutto, l'esigenza che questa specifica catena di fornitura sia in qualche modo protetta. Vediamo come.
Key Points
Gli applicativi moderni, inclusi quelli sviluppati direttamente dalle organizzazioni, non sono quasi mai scritti da zero ma nascono dall'integrazione di componenti proprietari e di terze parti, orchestrati attraverso pipeline automatizzate che compilano, testano e rilasciano l'applicazione anche più volte al giorno. Questo approccio risponde a una vera e propria necessità strutturale e di mercato, perché la velocità con cui evolvono librerie, framework e requisiti applicativi rende insostenibile lo sviluppo interamente proprietario.
Rispetto alle supply chain fisiche tradizionali, quella del software è molto più dinamica: nuove dipendenze vengono introdotte quotidianamente nel codice, le pipeline vengono aggiornate in automatico, le release si susseguono a ritmo continuo.
Gli elementi che la compongono sono numerosi e naturalmente interconnessi.
A rendere il quadro ancora più articolato, il software non è solo codice, librerie, infrastruttura e strumenti, ma anche persone e processi: team DevOps, sviluppatori, ma anche fornitori esterni che realizzano parti di codice o intere funzionalità di applicativi proprietari complessi. Tutto questo, nel suo insieme, costituisce l'intricata supply chain del software.
La complessità del software moderno non è un problema in sé, ma lo diventa se si introducono vulnerabilità al di fuori del codice coredell'applicazione.
Più le organizzazioni accelerano lo sviluppo, più si affidano ad automazione, librerie e fornitori esterni, col risultato di aumentare esponenzialmente i rischi cui sono soggetti. Quelli che seguono, infatti, rappresentano solo una piccola parte del fenomeno.
Dipendenze open source
Una grande azienda utilizza nel proprio software migliaia di dipendenze open source, spesso con un controllo parziale su ciascuna di esse. Ogni libreria importata porta con sé, a sua volta, le proprie dipendenze creando alberi di componenti troppo estesi per essere verificati manualmente. Una singola libreria compromessa può propagarsi a tutte le applicazioni che la includono, come dimostrato dagli incidenti riportati in apertura.
Il rischio legato all'AI è più recente degli altri, ma non meno significativo. Merita dunque una trattazione separata, distinguendo tra due piani.
Modelli AI come componenti della supply chain
Ogni mese nascono migliaia di modelli AI che possono essere integrati dalle aziende e dai vendor nei loro applicativi. Come prevedibile, i ricercatori di sicurezza segnalano un aumento significativo di modelli malevoli o non sicuri distribuiti attraverso i principali canali.
Messi in fila, tutti i rischi citati (e molti altri) disegnano un pattern preciso. Un attacco alla software supply chain non prende di mira l'applicazione finale in modo diretto, ma uno dei componenti fidati che contribuiscono a costruirla.
L'obiettivo non è abbattere le difese di un singolo bersaglio, ma inserirsi in un anello a monte di cui tutti si fidano, e lasciare che sia la catena stessa a distribuire il danno a valle.
Fino a pochi anni fa la sicurezza della supply chain software era una questione di best practice volontarie. Non lo è più: normative e regolamenti hanno iniziato a trasformarla in un obbligo legale, spesso con sanzioni concrete per chi non si adegua.
Accanto agli obblighi normativi, si sono affermati framework che definiscono controlli minimi e standard condivisi per l'intero settore. Tra questi segnaliamo:
Non esiste un singolo strumento che risolve il problema della sicurezza della supply chain o che rende l'azienda conforme a framework e regolamenti vincolanti. Un approccio efficace lavora su più livelli contemporaneamente, partendo da ciò che oggi manca più spesso: la visibilità.
Un percorso efficace potrebbe essere questo.
Mappare tutte le dipendenze con una SBOM
Generare e mantenere aggiornata una Software Bill of Materials permette di sapere, in caso di vulnerabilità, se e dove un componente compromesso è in uso senza doverlo scoprire a incidente in atto.
In Kirey sviluppiamo e implementiamo software da sempre, e lo facciamo soprattutto in ambiti e aziende fortemente regolamentate, dove la sicurezza non è un'opzione ma un requisito di partenza.
Siamo perfettamente consapevoli che la sicurezza di un sistema informatico parta dal software, ma anche che questa non dipenda solo dal codice proprietario, bensì da un intero ecosistema di soggetti, strumenti e processi che va costantemente monitorato, valutato e testato.
Per questo adottiamo pratiche di sviluppo sicuro che si estendono all'intero ecosistema della supply chain, fornendo ai nostri clienti non solo garanzie di performance e capacità innovativa, ma anche di solidità e resilienza nel tempo.
Contattaci per scoprire come innovare la tua azienda in modo sicuro e sostenibile.