ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

01/13/2026 | Press release | Distributed by Public on 01/13/2026 10:48

Trump-Powell: scontro totale

Non capita spesso che gli interventi di Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, diventino virali. È successo ieri quando, senza mezzi termini, il capo della Banca Centrale americana ha denunciato il tentativo in atto da parte del governo americano di cancellare l'indipendenza dell'istituzione che governa la politica monetaria e il sistema bancario statunitense. La notizia era arrivata qualche ora prima. Il dipartimento di Giustizia aveva formalizzato l'apertura di un procedimento penale a carico di Powell per presunte malversazioni in merito al progetto di ristrutturazione della sede centrale della Fed. L'accusa al presidente della Fed è di aver mentito sui costi della ristrutturazione davanti al Congresso. Powell ha definito l'indagine "un palese attacco all'indipendenza della Fed" da parte della politica, finalizzato a esercitare pressione sull'istituzione finanziaria e sulla sua politica sui tassi di interesse. "Nessuno, e di certo non il presidente della Federal Reserve, è al di sopra della legge - ha affermato Powell in un video diffuso dalla Fed - Ma questa azione senza precedenti dovrebbe essere vista nel contesto più ampio delle minacce e delle continue pressioni dell'amministrazione". Poi ha affondato il colpo: "La minaccia di incriminazioni penali è una conseguenza del fatto che la Fed fissa i tassi di interesse in base alla nostra migliore valutazione di ciò che sarà utile al pubblico, piuttosto che in base alle preferenze del Presidente", ha detto Powell, puntualizzando che la questione va dritta a cuore dell'autonomia della Banca Centrale e della capacità della Fed "di continuare a stabilire i tassi di interesse in base alle prove e alle condizioni economiche, oppure se la politica monetaria sarà invece guidata da pressioni politiche o intimidazioni".

Il dipartimento di Giustizia come arma?

L'episodio è solo l'ultimo - e il più grave, finora - della lunga sequenza di procedimenti avviati dal dipartimento di Giustizia contro funzionari federali che, nell'esercizio delle proprie funzioni, hanno intralciato gli obiettivi del presidente. L'uso selettivo dell'apparato giudiziario non mira tanto a ottenere condanne, quanto a intimidire e a dissuadere il dissenso. Dal suo ritorno alla Casa Bianca, il presidente ha scatenato massicce operazioni anti-immigrazione, aumentato i dazi sulle merci in arrivo negli Stati Uniti a livelli mai visti e autorizzato decine di migliaia di licenziamenti di funzionari pubblici. Circondato da una cerchia di fedelissimi, Trump ha incontrato poca se non nessuna resistenza nell'attuare le sue politiche economiche, con una sola eccezione. La campagna della Casa Bianca per convincere la Fed ad abbassare i tassi è caduta nel vuoto e il presidente ha riversato gran parte della sua ira su Powell. Dai post al vetriolo sui social media alle missive dai toni incendiari, Trump ha definito Powell - che lui stesso aveva nominato nel 2018 per guidare la Fed - "Mr too late" e ha più volte minacciato di licenziarlo. Powell - considerato uno dei funzionari più potenti al mondo, leader dell'istituzione finanziaria della prima economia globale - si è sempre mostrato irremovibile, rifiutandosi cortesemente di rispondere agli affondi del presidente. Fino a ieri.

Un'escalation rischiosa?

L'indagine su Powell - di cui Trump ha affermato di non essere stato a conoscenza - rappresenta un salto di qualità rischioso nello scontro tra Casa Bianca e Fed: un'azione giudiziaria contro il suo Presidente, in un contesto di pressioni pubbliche per tagliare i tassi, rischia di essere letta dai mercati come prova che l'autonomia della politica monetaria è negoziabile e, quando questo succede, i mercati reagiscono. Non a caso ieri le quotazioni dell'oro sono salite alle stelle e il dollaro è sceso, entrambi indicatori di una diffusa preoccupazione sulla tenuta dell'indipendenza della Fed. E diversi esponenti repubblicani - i senatori Thom Tillis e Liza Murkowsky tra i primi - sono intervenuti in difesa di Powell, affermando di non ritenere che fosse colpevole di alcun reato. Alle loro voci e a quelle di numerosi democratici, si sono aggiunte quelle degli ex presidenti della Federal Reserve, ex segretari al Tesoro ed ex direttori del Council of Economic Advisers - repubblicani e democratici - che in un comunicato congiunto hanno denunciato "la natura politica e pretestuosa" delle accuse rivoltegli. In quello che appare come un durissimo attacco al governo degli Stati Uniti i firmatari, avvertono che "attacchi di questo tipo all'indipendenza della banca centrale sono tipici delle economie arretrate e hanno conseguenze generalmente disastrose in termini di inflazione e stabilità economica".

Timori per la stabilità e per la democrazia?

Al di là dell'esito dell'inchiesta giudiziaria - su cui nelle ultime ore la procuratrice generale Jeanine Pirro è sembrata fare una parziale marcia indietro - nel confronto aperto con la Fed gli obiettivi di Trump sono molteplici. Prendere di mira il presidente della banca centrale serve anzitutto a lanciare un messaggio politico preciso: nessuna carica istituzionale è abbastanza elevata da essere al riparo. A maggio scadrà il mandato di Powell e Trump ha già fatto sapere di aver scelto il nome del successore. L'ipotesi più accreditata è che il nuovo vertice finisca per allineare la politica monetaria alle priorità della Casa Bianca, intervenendo sui tassi e sul sostegno al debito pubblico per rendere più sostenibile l'espansione fiscale dell'amministrazione. Se è ancora presto per misurare l'impatto e le conseguenze economiche, il significato istituzionale di questo passaggio è chiaro. Il tentativo di mettere sotto tutela l'autorità monetaria da parte dell'esecutivo è una svolta cruciale nella costruzione di un sistema sempre più autoritario e allontana gli Stati Uniti tanto dalla stabilità economica quanto dagli equilibri della democrazia liberale.

Il commento

di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po

"L'apertura di un'indagine sul Presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, da parte del Dipartimento di Giustizia ha due matrici, strettamente intrecciate. La prima, visibile in altri casi simili a partire da quello dell'ex direttore del FBI James Comey, è la vendetta: la punizione, da parte di Trump, di chi non si piega ai suoi diktat, nella fattispecie quello di tagliare i tassi d'interesse nonostante la persistente inflazione. La seconda è una concezione autoritaria dello Stato e discrezionale dell'uso del potere in virtù dei quali non esistono istituzioni indipendenti o organismi di controllo. Lo scontro tra Fed e dipartimento della Giustizia è, a tal riguardo, paradigmatica: da una parte vi è un'istituzione che cerca di preservare la propria autonomia; dall'altra, un attore - il dipartimento della Giustizia - che ormai agisce come braccio del Presidente e usa indagini e incriminazioni come strumenti di repressione, controllo e intimidazione".

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